Un vocabolario per il Giubileo

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Un contributo del nostro assistente diocesano don Giulio Viviani su alcune parole chiave del Giubileo della Misericordia.

Un vocabolario per il Giubileo

Vorrei provare a leggere con voi in questa Quaresima il “vocabolario” di questo Anno giubilare voluto con sorpresa e decisione da Papa Francesco.
La prima parola non può essere che questa: misericordia, cioè avere un cuore grande, magnanimo, aperto verso i miseri. Noi siamo questi miseri, destinatari dell’amore misericordioso di Dio, di un amore “viscerale”, l’amore di un padre e di una madre.
«Misericordia: è la parola che rivela il mistero della Santissima Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato» (MV 2). Guardiamo a quante parole e gesti di misericordia e di “tenerezza” ci vengono da quel grande comunicatore che è Papa Francesco.
Anno Santo
Iniziato l’8 dicembre 2015 (Immacolata – 50° chiusura del Concilio Vaticano II), si concluderà il 21 novembre 2016 (Cristo Re – MV 4 e 5). Per noi, per la Chiesa e per il mondo, il Papa ha voluto proporre un tempo “nuovo” e uno speciale anno di grazia (“dono dell’amore gratuito di Dio”) e di misericordia: «Abbiamo sempre bisogno di contemplare il mistero della misericordia. È fonte di gioia, di serenità e di pace. È condizione della nostra salvezza.» (MV,2), perché «Il tempo è superiore allo spazio» (EG, 222). Non possiamo dimenticare le parole di Isaia che Gesù fece sue quel giorno a Nazaret (Lc 4, 16-19): «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore».
Fu Papa Bonifacio VIII a inventare l’Anno Santo nel 1300, come occasione di penitenza (conversione) e di grazia. Nella storia, esso si pratica in varie modalità: pellegrinaggi, cammino, incontro con il Signore e con la Chiesa, celebrazione dei Sacramenti, elargizione di elemosine, recezione dell’indulgenza, ecc. Si faceva ogni 100, 50, 33, 25 anni; ricordiamo quello del 1950 con Pio XII e quello del 1975 con Papa Paolo VI e il grande Giubileo del 2000. Anni Santi Straordinari della Redenzione furono il 1933 e 1983/84.
Giubileo
La fondazione è biblica: anno giubilare (jobel: la tromba, il corno, che annunciava l’anno 50°) in cui la campagna riposava, si condonavano i debiti; le proprietà tornavano ai legittimi proprietari, gli schiavi venivano liberati, ecc. Una prospettiva molto idealizzata (cfr Levitico 25) nella dimensione della gioia, segno e frutto della comunione con il Signore e tra noi. Anche per noi oggi è un’occasione per compiere qualcosa di nuovo, di bello, di giusto, di vero, di “straordinario” per guardare a Gesù Cristo, a Dio e alla sua Parola, e a noi stessi, alle nostre famiglie, alle nostre comunità, alla Chiesa e al mondo con lo sguardo di Dio. Tempo per una fruttuosa celebrazione del Sacramento della Penitenza.
Pellegrinaggio
Un tempo speciale di ritorno a Dio che comporta anche il cammino giubilare verso un luogo, una chiesa, un santuario; in particolare verso le 4 basiliche papali di Roma, con il simbolo delle porte sante che vengono spalancate per tutto il popolo di Dio e per chi è in ricerca. Ma anche verso le porte di tante persone sole, ammalate, anziane, povere, emarginate, senza lavoro, casa o affetti che ci attendono, cominciando lì dove viviamo, abitiamo, lavoriamo e operiamo. Diceva il Papa alle famiglie (27.12.15): «Il pellegrinaggio, infatti, non finisce quando si è raggiunta la meta del santuario, ma quando si torna a casa e si riprende la vita di tutti i giorni, mettendo in atto i frutti spirituali dell’esperienza vissuta».
Porta
«Una porta santa più grande»: fu l’espressione di San Giovanni Paolo II per l’Anno Santo del 2000, che segnava il passaggio di un secolo, di un millennio (TMA 33); è molto significativa anche per questo Anno della Misericordia, non legato a nessun anniversario. La Porta Santa si apre dal 1423. Cristo è la vera “Porta” che ci fa incontrare con Dio: «Io sono la Porta» (Gv 10, 7-10).
Già nei salmi e in altri libri dell’Antico Testamento si parla di questo simbolo della porta, in particolare di quella che è chiamata «la porta del Signore, per la quale entrano i giusti» (Sal 117, 20). La nostra esperienza di ogni giorno ci porta a pensare a porte aperte, porte chiuse, porte spalancate, porte sbattute, porte socchiuse, porte scardinate, porte blindate… per esprimere tante diverse situazioni di vita.
Gesù si presenta a noi come la porta delle pecore, del recinto, del pascolo; la porta per entrare e uscire, cioè di tutta la realtà della vita, che è un continuo andare e venire. Cristo è la porta della vita, della vita eterna, della vita piena. Egli chiede anche a noi di sentirci chiamati a essere una porta: chi ci incontra deve poter avere accesso a Cristo, a Dio, alla sua verità, al suo amore; deve poter trovare misericordia. Dal 1500 troviamo anche il simbolo del muro che divide, abbattuto da Cristo per accogliere tutti (cfr Ef 2, 14).
Opere di misericordia
Quest’anno ci aiuterà anche a riscoprire, attraverso la dimensione delle opere di misericordia corporali e spirituali, qual è la nostra identità cristiana e quali sono le modalità del nostro agire da cristiani, per fare sempre un passo oltre nell’accogliere e donare la misericordia di Dio. La pagina del giudizio finale del Vangelo di Matteo 25, 31-46 («lo avete fatto a me!») è molto esplicita: tutto si gioca nei rapporti interpersonali, nella relazionalità umana, tra persone, tra famiglie, tra gruppi, tra comunità, superando la giustizia. «Gesù afferma che la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere» (MV 9).
Indulgenza
È una delle caratteristiche giubilari. Per ottenerla è necessario un personale impegno di conversione, la buona volontà per il distacco dal peccato, una preghiera per il Papa, il Padre nostro, il Credo, la celebrazione del Sacramento della Penitenza (Confessione) e la partecipazione alla Santa Messa. Non può mancare in questo Anno della Misericordia, secondo il ripetuto richiamo di Papa Francesco, un gesto di carità e di solidarietà verso il prossimo vicino e lontano.
«Il Giubileo porta con sé anche il riferimento all’indulgenza. Nell’Anno Santo della Misericordia essa acquista un rilievo particolare. Il perdono di Dio per i nostri peccati non conosce confini… Viviamo intensamente il Giubileo chiedendo al Padre il perdono dei peccati e l’estensione della sua indulgenza misericordiosa» (MV 22) perché Dio ripara il male, il danno fatto.
Misericordiosi come il Padre” (MV 14)
Non dimentichiamo mai in quest’anno il “motto” che Papa Francesco ci propone, quasi un “pellegrinaggio domestico di tutti i giorni… questa missione così importante di cui il mondo e la Chiesa hanno bisogno”. Il logo del Giubileo ci presenta Cristo che si carica sulle spalle Adamo, l’uomo, ogni uomo e donna; Dio e l’uomo sono chiamati ad avere lo stesso sguardo misericordioso. Il Papa conclude la Bolla (MV 25): «Un Anno Santo straordinario, dunque, per vivere nella vita di ogni giorno la misericordia che da sempre il Padre estende verso di noi. In questo Giubileo lasciamoci sorprendere da Dio. Lui non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita».

don Giulio