Perché digiunare se tu non lo vedi?

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Perché digiunare se tu non lo vedi?

È capitato a molti di noi di confrontarsi con amici e parenti su questioni collegate con l’essere cristiani: quando digiunare, come comportarsi quando si sale su un altare, con che frequenza andare a Messa…

Compito difficile, dato che l’invito di Gesù «misericordia voglio, non sacrifici » ci educa che anche le pratiche esteriori devono portare al cuore, e dal cuore devono nascere.

Le pratiche hanno effettivamente una loro formalità che, se approfondita, permette proprio di arrivare al cuore. Sulla questione del digiuno, ci aiuta a sciogliere la matassa don Giulio Viviani, nostro Assistente diocesano, con il libro Perché digiunare se tu non lo vedi? del 2011, edito da LEV. Raccoglie un lavoro certosino di ricerca nella Parola di Dio, nella tradizione della Chiesa e nel diritto canonico di tutti quegli spunti che ci permettono, oggi, ancora una volta, di ritrovare il senso di una pratica per alcuni superata o estremista. Condivido tre sottolineature, lasciando le altre alla vostra lettura.

Digiunare per fare spazio: perché Dio, la sua Parola e il suo Amore possano illuminare la mia vita devo creare le condizioni perché ciò avvenga. Se desidero che entrino in me dovrà esserci “spazio” sufficiente. Spazio nella mente, spazio nel cuore, spazio fisico. Digiunare per fare spazio, per lasciarmi riempire da altro, dall’Altro. Digiunare dalla carne: perché «sulla croce, il Signore Gesù ha offerto il suo Corpo, la sua Carne e il suo Sangue, per noi e la nostra salvezza. Quel giorno, [ogni venerdì] ci nutriamo solo della sua carne, ed evitiamo la carne normale come segno di rispetto e attenzione a quel dono unico e irripetibile che l’Eucaristia ci ripropone nel segno, nel mistero, nel Sacramento».

Digiunare per aiutare l’altro: il digiuno, dal cibo, dalla televisione, da ciò che ognuno sente di dover limitare per non lasciarsi sopraffare dal mondo, non è fine a se stesso. L’aver fatto spazio a Dio è far spazio al fratello. E così il digiuno, “pratica tradizionale e individuale”, si trasforma oggi in lievito per la comunità, perché lo spazio che crei in te diventa luogo di accoglienza dell’altro. Perché il risparmio che tu pratichi diventa dono per l’altro. Perché il tempo che tu ti ritagli diventa tempo da donare all’incontro e alle relazioni.