La preghiera: fiducia in Dio e amore per il prossimo

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Dalla 3° Giornata di spiritualità dell’itinerario “La preghiera, dialogo d’amore“, ecco la meditazione dell’assistente diocesano don Giulio Viviani

La preghiera di intercessione

Ascoltiamo la Parola di Dio dal Vangelo di Matteo al capitolo 6 (5-13).

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: “Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.

Pregando, non sprecate parole come i pagani: essi credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno prima ancora che gliele chiediate. Voi dunque pregate così:

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno,

sia fatta la tua volontà,

come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

e rimetti a noi i nostri debiti

come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,

e non abbandonarci alla tentazione,

ma liberaci dal male”.

TRACCIA DI RIFLESSIONE

Un giorno i discepoli chiesero a Gesù: “Signore, insegnaci a pregare” (cfr Lc 11, 1), Essi, infatti, lo avevano visto spesso pregare durante le giornate o anche al mattino presto e di notte. Fu in quell’occasione che Gesù, come gli altri maestri di religione del suo tempo, insegnò ai suoi discepoli il Padre nostro (Mt 6, 9-13; Lc 11, 2-4). Questa orazione del Signore è stata la traccia delle nostre Giornate di Spiritualità di quasi dieci anni fa (2010-2011). Proprio sul Padre nostro, Papa Francesco in questi mesi sta tenendo le sue catechesi del mercoledì. Questa preghiera di Gesù è tutta una serie di domande (ben sette!) secondo lo stile di preghiera già del popolo ebraico, insieme con le “beraqà”, le benedizioni, le espressioni di rendimento di grazie.

Ma è il punto di partenza che cambia! Gesù insegna anche a noi, come fa lui, a rivolgerci a Dio e a chiamarlo appunto Padre o meglio ancora Papà; nella lingua di Gesù: Abbà. Gesù ci insegna a rivolgerci al Padre dandogli del “Tu” e non del “Lei” o del “Voi”. La liturgia ha subito imparato questo modulo e sempre ci fa pregare dando sempre del “Tu” anche a Dio, al Signore, al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo! Nel libretto dei Piccoli Fratelli di Jesus Caritas “A causa di Gesù e del Vangelo” (AVE) si dice: “Se diamo del tu a Dio, se lo chiamiamo Papà è solo perché egli ce lo permette, ce lo insegna…” (p. 88). E continua, esplicitando questo rapporto figliale: “Bisogna chiedere, supplicare, insistere. Ci si può lamentare, si può gridare contro Dio, si deve combattere…” (p. 35).

Il nostro Assistente Generale mons. Gualtiero Sigismondi, nel suo piccolo libretto “L’alfabeto della preghiera e quello dell’amore” (AVE), citando Papa Benedetto, aggiunge: “Pregare è essenzialmente anche sempre un pregare nel noi dei figli di Dio. Solo in questo noi siamo figli del nostro Padre. Solo questo noi ci apre l’accesso al Padre” (p. 43). Una preghiera di supplica che è insieme personale e comunitaria.

La preghiera di supplica, di domanda o di intercessione per noi cristiani non è tanto come quella dei pagani (Mt 6, 7-9), stufare, stancare gli dei, affinché ci ascoltino, ma parlare, dialogare, colloquiare con un Dio che ci è Padre, che ci conosce, ci ama e ci ascolta. Proprio come faceva Gesù, che pregava il Padre rendendogli grazie, ma anche invocandolo per domandargli la forza di essergli fedele, di rivelare il suo amore e di operare il bene (anche i miracoli) nello Spirto Santo.

Il giorno della risurrezione dell’amico Lazzaro, Gesù, dopo aver pregato, dice: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato» (Gv 11, 41-42). Quante persone nelle pagine del Vangelo si rivolgono a Gesù per essere salvate, perdonate, liberate dal male o guarite; ed egli volentieri perdona, salva, guarisce, indica il cammino e ridona speranza; cioè ascolta la preghiera, la supplica, che gli viene rivolta e la esaudisce.

Molte altre volte Gesù prega il Padre e in particolare ci insegna e ci invita a metterci nelle mani di Dio come fa lui nei giorni della sua passione e morte: “Padre sia fatta la tua volontà!” (cfr Mt 26, 42). Questo perché a volte noi chiediamo al Signore anche cose sbagliate, che non ci fanno bene; cose che a noi sembrano buone, ma non lo sono. Dio ci conosce come un Padre e sa ciò di cui abbiamo veramente bisogno.

In un libro di religione per ragazzi di qualche hanno fa era riportato un testo che mi sembra bello e utile per la nostra riflessione e che, quindi, riprendo e adatto per noi:

«Diceva Gesù: “Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Mt 7, 7-11). Ma l’esperienza di ogni giorno sembra smentire queste parole di Gesù. A catechesi alcuni ragazzi hanno detto: “Ho pregato Dio, perché domenica non piovesse; invece è piovuto… Così non abbiamo fatto la gita. Ed io a casa mi sono annoiato molto” (Stefano); “Ho pregato perché mia nonna non si ammalasse, invece si è ammalata molto ed ora sta molto male” (Mariangela); “Pregare è inutile. Tanto Dio non risponde! Non dà mai quello che chiediamo” (Marcello).

Gesù risponde a queste difficoltà e assicura che Dio ci fa un dono più grande e più utile di quanto noi chiediamo; ci dona il suo Santo Spirito: “Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!” (Lc 11, 9-13).

Pregare dunque non è piegare Dio, non è pretendere che Dio faccia la nostra volontà. La preghiera non è un bottone automatico da pigiare e Dio non è un distributore automatico! Dio ascolta sempre ma la sua risposta spesso non è come la vorremmo noi. Dio risponde, ma risponde a modo suo, alla sua maniera e ci fa doni ancora più grandi, come appunto il suo Spirito con noi, la sua vita in noi, il suo amore per noi.

A poco, a poco con il dono dello Spirito Santo, il cristiano che prega comprende la volontà di Dio e trova la forza di dire il suo sì, generoso e fedele. Chi accoglie il dono dello Spirito Santo può avere confidenza in Dio Padre anche quando è difficilissimo, anche quando tutto va male, anche quando la malattia o la morte ci colpiscono nella nostra persona o in chi sta accanto e a cui vogliamo bene.

Pregare non è pretendere che Dio faccia al nostro posto quello che dovremmo fare noi. Pregare per la pace, ad esempio, vuol dire impegnarsi ad essere costruttori di pace per primi, proprio là dove noi siamo e viviamo. Pregare per coloro che soffrono, per gli affamati, ecc. significa cominciare noi stessi a fare qualcosa per primi e a dare qualcosa di nostro per loro. Pregare perché cessino le ingiustizie vuol dire impegnarsi in prima persona a non commettere mai ingiustizie. Pregare è ascoltare Dio che parla; è rispondere prima che domandare».

Caso mai dovremo abituarci a interrogarci di più cercando in Dio le risposte e non pretendendo di avere noi l’ultima parola. Così anche Papa Francesco alla recente Udienza generale del 9 gennaio 2019 affermava con forza:

«Da questa richiesta – “Signore, insegnaci a pregare” – nasce un insegnamento abbastanza esteso, attraverso il quale Gesù spiega ai suoi con quali parole e con quali sentimenti si devono rivolgere a Dio. La prima parte di questo insegnamento è proprio il Padre Nostro. Pregate così: “Padre, che sei nei cieli”. “Padre”: quella parola tanto bella da dire. Noi possiamo stare tutto il tempo della preghiera con quella parola soltanto: “Padre”. E sentire che abbiamo un padre: non un padrone né un patrigno. No: un padre. Il cristiano si rivolge a Dio chiamandolo anzitutto “Padre”….

Con queste parole Gesù fa capire che Dio risponde sempre, che nessuna preghiera resterà inascoltata, perché? Perché lui è Padre, e non dimentica i suoi figli che soffrono. Certo, queste affermazioni ci mettono in crisi, perché tante nostre preghiere sembra che non ottengano alcun risultato. Quante volte abbiamo chiesto e non ottenuto – ne abbiamo l’esperienza tutti – quante volte abbiamo bussato e trovato una porta chiusa? Gesù ci raccomanda, in quei momenti, di insistere e di non darci per vinti. La preghiera trasforma sempre la realtà, sempre. Se non cambiano le cose attorno a noi, almeno cambiamo noi, cambia il nostro cuore. Gesù ha promesso il dono dello Spirito Santo ad ogni uomo e a ogni donna che prega.

Possiamo essere certi che Dio risponderà. L’unica incertezza è dovuta ai tempi, ma non dubitiamo che Lui risponderà. Magari ci toccherà insistere per tutta la vita, ma lui risponderà. Ce lo ha promesso!».

La Messa, che è la più grande scuola di preghiera, ci insegna a pregare e a rivolgere le nostre domande a Dio. Molte, oltre al Padre nostro, sono le preghiere si supplica e di intercessione accanto a quelle di rendimento di grazie, di lode e di richiesta di perdono. Senza dimenticare gli altri atteggiamenti di ascolto, di silenzio, di canto, di dialogo, ecc. Evidenziamo in particolare due momenti della celebrazione eucaristica: quella che è chiamata Preghiera dei fedeli con le sue intenzioni; invocazioni, appunto, per tutti i fedeli; ma anche preghiera universale, cioè aperta a tutto il mondo, a tutta l’umanità. Una preghiera che può essere anche molto semplice: “Preghiamo per…”, senza aggiungere un motivo o uno scopo, perché il Signore sa già cosa serve, cosa è necessario, cosa è bene. Altre volte può essere una preghiera più specifica, più mirata: “Preghiamo perché….”. E Dio, che sa tutto, porta tutto a compimento, a un fine di bene. Ma ci sono anche le Intercessioni delle preghiere eucaristiche, che iniziano quasi sempre con le parole: “Ricordati, Signore!” e ci invitano a pregare per i vivi e per i morti, per la Chiesa e per il mondo. Una supplica che ci unisce in comunione, in compagnia con la Chiesa del Cielo con i Santi e i Beati, i nostri fratelli e le sorelle che sono già in Dio.

Non possiamo fare a meno della preghiera di supplica; abbiamo sempre bisogno di chiedere aiuto al Signore. L’immagine più bella a cui pensare è quella degli Apostoli riuniti in preghiera nel Cenacolo (il luogo della Cena ultima, dell’Eucaristia), con Maria, la madre di Gesù (At 1). Essi pregano, ricordando, ripensando e raccontando tutto quello che Gesù aveva detto e fatto, per trasmetterlo anche a noi e invocano il Dono dall’Alto. A loro Gesù risponderà effondendo dal Cielo il suo Santo Spirito che aiuta loro e noi a pregare come si deve.

Ogni nostra preghiera è diretta a Dio Padre, per mezzo di Gesù Cristo e nello Spirito Santo. A volte però noi possiamo anche affidare la nostra preghiera all’intercessione di Maria, Madre di Dio e Madre nostra, e dei Santi che in Dio intercedono per noi, presentano le nostre preghiere e pregano loro stessi per noi.

Il Vescovo Lauro nel suo intervento dello scorso anno sulla preghiera ci diceva: «Siamo degli indigenti che gridano: questa è la prima preghiera e questa viene prima dell’elaborazione concettuale di un credo, di una concezione su Dio o quant’altro. Il grido appartiene all’umano, l’uomo è “grido” in sé stesso. E allora: prima viene l’orante e poi, piano piano, emerge anche il credente. La preghiera viene prima del credere e appartiene al DNA del nostro “essere uomini” ed è indipendente dalle culture, dalle religioni, dalla Chiese.- “Si viene al mondo tendendo la mano, si lascia il mondo chiedendo la mano”: anche questa potrebbe essere un’icona dell’uomo che esce da se stesso».

E aggiungeva: «Pregare vuol dire andare davanti a Dio mai da soli, sempre coi fratelli; non posso arrivare davanti a Dio io e tu no… per essere sicuro che ho incontrato questo incanto, devo tirarmi dietro i miei fratelli, devo arrivare lì con qualcuno. Si deve arrivare sempre a Dio accompagnati: e allora sei sicuro che sei nell’incanto giusto, se no sei in un io/tu che puzza di autoreferenzialità, di qualcosa che non funziona, perché quando incontri quell’incanto cosa ti fa vedere? Il panorama dei tuoi fratelli e allora la preghiera è una formidabile occasione per diventare fratelli e diventare Chiesa, perché dall’incanto di Dio che mi guarda con il suo amore cosa vien fuori? Che io guardo gli altri in un modo diverso, e allora è quella formidabile operazione sociale che ci rende finalmente fratelli e sorelle. Volevo solo farvi venir voglia di pregare».

Per me personalmente e per molti di noi che l’hanno conosciuto e soprattutto per chi l’ha visto da vicino, rimane il ricordo incancellabile di come pregava il Papa San Giovanni Paolo II. Ne sono testimone: con quale intensità e in qualsiasi luogo e momento. In una sua testimonianza del 27 ottobre 1995 egli ci insegnava anche a pregare come faceva lui: scrivere su un quaderno i nomi delle persone che incontriamo, che ci chiedono una preghiera e ogni tanto rileggere questi nomi davanti al Signore, per presentarli con semplicità e amore a lui.

Nella sua Esortazione Apostolica Gaudete ed exsultate (19.03.2018), sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo, Papa Francesco scrive riguardo a questo tipo di preghiera (n. 154): «La supplica è espressione del cuore che confida in Dio, che sa che non può farcela da solo. Nella vita del popolo fedele di Dio troviamo molte suppliche piene di tenerezza credente e di profonda fiducia. Non togliamo valore alla preghiera di domanda, che tante volte ci rasserena il cuore e ci aiuta ad andare avanti lottando con speranza. La supplica di intercessione ha un valore particolare, perché è un atto di fiducia in Dio e insieme un’espressione di amore al prossimo. Alcuni, per pregiudizi spiritualisti, pensano che la preghiera dovrebbe essere una pura contemplazione di Dio, senza distrazioni, come se i nomi e i volti dei fratelli fossero un disturbo da evitare. Al contrario, la realtà è che la preghiera sarà più gradita a Dio e più santificatrice se in essa, con l’intercessione, cerchiamo di vivere il duplice comandamento che ci ha lasciato Gesù. L’intercessione esprime l’impegno fraterno con gli altri quando in essa siamo capaci di includere la vita degli altri, le loro angosce più sconvolgenti e i loro sogni più belli. Di chi si dedica generosamente a intercedere si può dire con le parole bibliche: “Questi è l’amico dei suoi fratelli, che prega molto per il popolo” (2Mac 15, 14)».

Come abbiamo già meditato, riflettendo sulle Opere di Misericordia spirituale, l’ultima di queste ci invita a pregare per gli altri, sia vivi che defunti. Noi non abbiamo l’idea della preghiera come di un’opera; ci sembra una cosa spirituale, non pratica. Invece anche pregare è fare, è compiere un’azione (At 12, 5: “Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui”; Rm 15, 30: la preghiera della comunità partecipa alla lotta di Paolo conto il male). Essa è sempre una concreta e squisita forma di carità, espressione di amore. A volte, infatti, non possiamo far altro che affidare una persona, una situazione alla misericordia di Dio.

Pregare è sempre possibile, non al posto degli altri, ma per gli altri. Il monaco camaldolese Alessandro Barban nel suo libro Le vie della preghiera (AVE), scrive: “Chi prega veramente non è un egoista che prega solo per sé. Se siamo stati aiutati, salvati da Dio, prendiamo coscienza che molto probabilmente siamo stati aiutati grazie anche all’intervento di qualcuno, di un fratello o una sorella, che ci hanno dato una mano o pregato per noi” (p. 35; interessante anche il capitolo: Cosa chiedere a Dio).

Invocare lo Spirito Santo (Rm 8, 26) per noi, per la nostra famiglia, per la società, per la Chiesa per il mondo, anche per la nostra Ac è sempre possibile e direi anche facile per ciascuno di noi. Papa Benedetto XVI nella Spe Salvi dice: “Pregare non significa uscire dalla storia e ritirarsi nell’angolo privato della propria felicità” (n. 33); e aggiunge: “Nel pregare deve sempre esserci questo intreccio tra preghiera pubblica e preghiera personale” (n. 34).

Inter-cedere (che significa, andare tra, cioè “mettersi in mezzo”): in pratica pregare per gli altri come mediatori, vuol dire allora avere a cuore una persona, metterla nelle mani di Dio. Pregare è sempre anche caricarci degli altri, dei loro pesi, della loro storia, della loro vita (Gc 5,16). Pregare è avvicinarci a Dio, stare con lui, come Gesù con il Padre, e parlargli di noi, dei nostri cari, della nostra vita, della nostra comunità, del mondo (Col 1, 9).”La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi un corpo a corpo con Dio (cfr. Gen 32, 25-30)” (Gualtiero Sigismondi, L’alfabeto della preghiera e quello dell’amore, p. 47). Quanti esempi di preghiera per gli altri abbiamo visto già nell’Antico Testamento: Abramo intercede (Gen 18, 17-32); Mosè prega per il popolo sul monte (Es 17, 8-13); i 150 Salmi e molti dei Cantici sono intercessioni e suppliche personali o comunitarie; i Profeti stessi sono grandi intercessori per il popolo di Dio, spesso quasi come avvocati presso il Giudice.

Come abbiamo detto l’esempio più bello e significativo, vincolante per noi, è quello di Gesù che pregava sempre e apparteneva a un popolo che sapeva pregare (Mt 5, 44; 6, 5-13; ecc.). Gesù pregava per quanti incontrava sul suo cammino (Lc 22, 32: prega per Pietro); prega fin sulla croce, e spesso proprio con i salmi. La sua missione presso il Padre è quella di continuare a intercedere per noi (Rm 8, 34; Eb 7, 25). Quanto è bello pensare: Gesù prega anche per me! Si instaura una comunione di grazia. Diceva ancora Papa Francesco il 9 gennaio scorso all’Udienza generale: «Questo consola: sapere che Gesù prega per noi, prega per me, per ognuno di noi perché la nostra fede non venga meno. E questo è vero. “Ma padre, ancora lo fa?” Ancora lo fa, davanti al Padre. Gesù prega per me. Ognuno di noi può dirlo. E anche possiamo dire a Gesù: “Tu stai pregando per me, continua a pregare che ne ho bisogno”. Così: coraggiosi!».

Paolo lo scrive al giovane Vescovo Timoteo (2Tm 1, 3-5): prego per te! Ma anche insegna a pregare con preghiere e suppliche (1Tm 2,1-8): “Raccomando dunque, prima di tutto, che si facciano domande, suppliche, preghiere e ringraziamenti per tutti gli uomini, per i re e per tutti quelli che stanno al potere, perché possiamo condurre una vita calma e tranquilla, dignitosa e dedicata a Dio. Questa è cosa bella e gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità. Uno solo, infatti, è Dio e uno solo anche il mediatore fra Dio e gli uomini, l’uomo Cristo Gesù, che ha dato sè stesso in riscatto per tutti. Questa testimonianza egli l’ha data nei tempi stabiliti, e di essa io sono stato fatto messaggero e apostolo – dico la verità, non mentisco –, maestro dei pagani nella fede e nella verità. Voglio dunque che in ogni luogo gli uomini preghino, alzando al cielo mani pure, senza collera e senza polemiche”.

Pregare vuol dire anche affidare, “raccomandare”, noi stessi e gli altri a Dio. la vera “raccomandazione” a un “grande”, al Dio dei viventi (Mt 22, 32; Es 3, 6). Non ho dubbi che la nostra preghiera, anche quella di semplice richiesta, è un grande atto di fede in Dio. Io non chiedo qualcosa a chi non mi ascolta, a chi non mi può rispondere, a chi non mi può concedere quanto spero o desidero! Io chiedo a Dio perché mi fido di lui; mi affido a lui; gli affido le persone e le situazioni. È già atto di fede in un Dio che è Padre; a volte questo è anche già rendimento di grazie!

Nel Vangelo i poveri e i piccoli – e vogliamo essere di questi – sono coloro che dicono : ho bisogno di Dio e degli altri! Ho bisogno della grazia di Dio. La preghiera esprime questa nostra necessità; non ce la posso fare da solo (cfr. Piccoli Fratelli di Jesus Caritas, A causa di Gesù e del Vangelo”, i capitoli: Un povero ha gridato, Piccolezza e Povertà): “Siamo tutti poveri davanti a Dio, anche se non sempre ce ne rendiamo conto, soprattutto se possediamo la salute e la ricchezza. Finché non sperimentiamo l’impotenza, la povertà, la malattia, presumiamo di poter fare da soli, di non aver bisogno di nessuno. In questo senso l’esperienza del dolore è in qualche modo pedagogica, perché ci mette nella condizione più realistica che è quella della piccolezza” (p. 57); “Per incontrare Gesù dobbiamo passare dalla piccolezza, dalla povertà, dal riconoscere il nostro bisogno di lui” (p. 59). Ho bisogno di Dio e della preghiera degli altri. Ce lo insegna continuamente il Papa Francesco: Non dimenticate di pregare per me! Se lo dice lui…