In che mondo viviamo

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dall’articolo di Alessandro Cagol pubblicato sulla rubrica  “In questo tempo” di Camminiamo Insieme maggio 2022

«I giovani e gli adulti sperimentano oggi una forte precarietà lavorativa, affettiva, familiare… Accade così spesso che una continua mobilità e un’estrema flessibilità mettano in crisi i percorsi di vita delle persone, rendendo difficile la realizzazione dei progetti che danno senso alla vita.»
(Progetto Formativo ACI, pagina 42).

Carissimi, se vogliamo veramente affrontare il vero problema della società moderna che più volte abbiamo semplicemente sussurrato, celato tra le righe, ma mai detto esplicitamente, ebbene l’approfondimento di questo mese delle parole del Progetto Formativo ACI è lo spunto ideale, la chiave di volta per capire in che mondo siamo finiti.

È un mondo precario, dove l’unica certezza è l’incertezza, dove se scoppia una guerra non si sa bene perché e nemmeno si sa quando finirà. Un mondo dove trovare un lavoro sembra difficile, ma poi migliaia di imprenditori scrivono sui giornali e mettono grandi tabelle sulle vetrate: “cercasi personale”. È un mondo dove se oggi lavori, domani rischi di essere a casa perché il “capo” non riesce a pagare i contributi o decide di chiudere l’attività. Dove se oggi godi di ottima salute, domani magari hai preso il Covid senza sapere come. Ma soprattutto è un mondo dove la famiglia non è più fondata su sane basi e principi, ma appiccicata con lo scotch. La mamma realizzata al lavoro e sempre di corsa per recuperare i figli dalla nonna o al nido, il padre preso dal lavoro sempre più assillante e meno redditizio e, anche lui, in corsa per portare i figli a lezione di violino o a calcio o all’ora di religione all’oratorio. Eventuali fratelli – ammesso che con il basso tasso di natalità in una famiglia ci siano fratelli o sorelle – che litigano tra loro per vedere l’uno la partita, l’altro il concerto rock. E magari la nonna o il nonno che tentano di tenere legato tutto il nucleo familiare proponendo una gita nei luoghi vissuti durante l’infanzia, quasi a tornare a quel mondo più lento e più stabile, magari anche più povero.

Dopo aver disegnato, senza esagerare, un quadro sintetico della precarietà del nostro mondo, non dimentichiamo che non c’è nulla di più precario della nostra vita, che per questo va salvaguardata, protetta. Siamo un battito di ciglia in mezzo all’eternità, siamo un granello di sabbia sulla spiaggia e soprattutto abbiamo imparato che basta un piccolo microbo grande come un centesimo di un granello di sabbia per distruggere la nostra vita e quella dei nostri famigliari.
Ciò detto, tento di dare un quadro più completo cercando anche una via d’uscita a questa situazione precaria che è diventata un circolo vizioso. Già, perché non si riesce a programmare una vita coniugale se non si hanno le basi lavorative solide per avere un tetto sotto il quale vivere. E se non abbiamo un nucleo familiare di base, difficilmente si invertirà in Italia il tasso di natalità sempre più deficitario. Ma se con la guerra in Ucraina il costo delle materie prime è aumentato esponenzialmente, come si potrà mai essere intraprendenti costruendo un’azienda famigliare, come potremo avere la garanzia dello stipendio se le banche non concedono più credito agli imprenditori con poche garanzie? Come dare quindi senso alla nostra vita, minata da così tanti problemi? Come ritrovare quella fiducia nel futuro che ci invita a progettare vite di coppia, figli, benessere in genere?

Io, nel mio piccolo, vi suggerisco tre macro aree di intervento. La prima: l’ambito comunicativo. Se da una parte è doveroso parlare dei mali che attanagliano la nostra società, dall’altra è importante anche mettere in evidenza le “buone notizie”, magari in ambito sociale, in campo economico, in campo familiare. Quelle notizie che oggi passano inosservate, ma che darebbero una carica di ottimismo per non essere succubi di una situazione precaria. Parlare di chi vuole la pace rispetto alla guerra, di chi decide di sposarsi ancora in chiesa perché ci crede e magari spiega il perché, raccontare la storia di persone che investono nell’azienda trovando soluzioni per andare avanti e magari raccontare di come vivono quei giovani che non stanno dieci ore al giorno a chattare con i cellulari in un mondo che è più virtuale che reale.
La seconda area su cui dobbiamo agire per “migliorare il mondo” è l’ambito sociale ed ecclesiale, ovvero renderci primi testimoni del cambiamento, ritornando a fare comunità, sia essa di un paese o di una parrocchia: è il fulcro di tante attività che ad esempio il Covid ha cancellato. Dalle sagre motivo di incontro, alle celebrazioni comunitarie come comunioni, cresime, gli stessi matrimoni. Contribuire a riattivare quell’intrecciarsi di legami che danno entusiasmo alla vita e ci dicono che non siamo soli. In ambito lavorativo cercare di promuovere momenti di formazione che rendono il lavoratore parte attiva dell’azienda e lo spingono ad impegnarsi per renderla florida e quindi stabile, evitando di ritrovarsi sempre più spesso in lavori di transizione.
La terza area è la più difficile, ovvero l’ambito personale, il nostro modo di vivere la precarietà, non facendo di questa un pretesto per uno stile di vita egoistico, all’insegna del “prima io e poi gli altri”, ma gettando ponti di condivisione con il prossimo, nei campi già individuati e in altri che ciascuno di noi, nel suo piccolo, nel quotidiano, nella sua precarietà, può trovare ogni giorno.

Alessandro Cagol