Il lavoro non è solo Jobs act

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Lavoro

di Antonio Martino – Coincidenze.

Nel giorno del Jobs act papa Francesco alla Messa in Santa Marta ci ricorda che dare lavoro e remunerarlo con un giusto salario non è solo regole ma impegno personale per la giustizia. È il perno di quella cittadinanza solidale, amicizia civica, che il cristiano è chiamato a costruire e alimentare mediante il suo messaggio di fraternità. Nella consapevolezza che anche gli slanci umani verso la giustizia sono destinati a degenerare se non sono riscattati da una superiore carità. Soprattutto degenerano perché, senza la carità, diventa più difficile comprendere la dignità della persona nella sua integralità: la dignità di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

Capita così che si distingua diritto e diritto, che ci si concentri con grande precisione in alcuni settori e se ne trascurino completamente altri, che non si vedano le nuove fragilità, il deficit di fiducia e speranza che tanti maturano in una società spesso spietata. E quando si tratta di lavoro, il più debole tra i deboli è chi un lavoro lo cerca da sempre e chi viene scartato perché non abbastanza produttivo. Non c’è dubbio che la ragione ci dica che l’impresa ha le sue regole, quelle della globalizzazione, del mercato e della concorrenza, e quelle del profitto. Ma come direbbe Francesco, se si vuole essere buoni cristiani, e non solo in tempo di Quaresima, «non è digiuno non magiare la carne, ma poi litigare e sfruttare gli operai».

Il mondo delle imprese come la società italiana tutta – anche e soprattutto al tempo del Jobs act – non può privarsi dell’anima fraterna, che il cristianesimo suscita. La dignità della persona umana non è solo un concetto. Certo, essa ha a che fare anche con la verità e con la ragione, ma nasce ancora più propriamente da una attenzione disinteressata e, quindi, chiede di essere perseguita mediante relazioni fraterne. Questa espressione, relazioni fraterne, può sembrare poco adatta all’economia e alla politica. Ed infatti va coniugata adeguatamente. L’anima delle relazioni fraterne è religiosa ed etica, ma deve essere anche strutturata e resa pubblica. La cosa diventa possibile se non si tratta solo di un’esigenza morale o moralistica, ma di un’esigenza etica che trova consonanza con i reali bisogni delle nostre società avanzate. Le società sviluppate, come quella italiana, che da tempo hanno abbandonato il fordismo e la verticalità dello Stato, hanno una grande opportunità di sviluppare in modo strutturato relazioni fraterne di reciprocità, fuori della stretta logica del mercato e dello Stato.

Non è solo questione di “flessibilizzazione” del lavoro. Le difficoltà in cui si trovano gli Stati a fungere ancora da centro di programmazione e di orientamento politico della ridistribuzione e delle politiche di welfare non vengono (quanto meno abbastanza) sfruttate per diffondere nella società civile forme nuove di mutualità, accoglienza e gratuità, non solo secondo il principio di sussidiarietà, ma anche e soprattutto secondo quello di reciprocità, ossia oltre la logica di quello che si fa perché si è costretti o dal prezzo o dalla legge.

Le debolezze del mercato, a cominciare dalla cosiddetta precarietà, solo limitatamente possono oggi essere superate dal mercato stesso, eppure il mercato ha bisogno di presupposti che non è in grado di produrre, proprio come lo Stato. Il mercato ha bisogno di etica e non la sa produrre, ha bisogno di fiducia e reciprocità e non le sa produrre, ha bisogno di carità fraterna e non la sa produrre. E questo avviene proprio nel momento in cui anche l’apparato politico ha smesso di produrre tutto ciò.

Che ne è della dignità della persona? Quanto diceva Giovanni Paolo II nella Centesimus annus (1991) sembra profetico: l’uomo si trova schiacciato tra il mercato e lo Stato, ma non è né l’economia né la politica a rivelarne la vera dignità. Un tempo si riteneva che il mercato producesse ricchezza e che lo Stato la dovesse distribuire. Oggi non è più così. La fraternità, che rappresenta il proprium del cristianesimo, ha oggi la possibilità di venire declinata in forme economiche e in reti di solidarietà che non si riconoscono più nella vecchia opposizione Stato-mercato. La dignità della persona può diventare non un fardello da sopportare, ma una risorsa da impiegare. Purtroppo, ancora in grande misura né il mercato né la politica hanno capito questo ed ambedue agiscono spesso corrodendo quei presupposti di cui hanno bisogno e colpendo la dignità della persona.

La revisione dei sistemi di welfare senza predisporre nuove reti di reciprocità, che non si aggiungano dall’esterno al mercato, ma che lo attraversino; la corrosione della famiglia, che è la prima agenzia sociale che produce reciprocità ed accoglienza; la non percezione dell’emergenza educativa, che ha molteplici ripercussioni negative anche in settori economici e produttivi e sfilaccia il nostro tessuto sociale corrodendo l’ecologia umana, che è un vero e proprio capitale sociale; la scarsa preoccupazione per la tenuta complessiva del sistema morale delle nostre società, spesso indebolito dall’individualismo e dall’edonismo, nell’idea che si viva a compartimenti stagni e che l’etica economica o quella della finanza siano indipendenti dagli altri settori della vita morale della persona, sono tutti segnali negativi che però, ecco il punto, hanno anche dei gravi costi economici e politici.

In fin dei conti, la grande sfida e la grande opportunità per i cristiani laici è quella di evangelizzare la legge della coerenza rispetto alla dignità della persona. Le ferite inferte a questa dignità non possono non avere conseguenze misurabili anche sul piano quantitativo. Tutto il quadro si tiene insieme, oppure tutto crolla. La stanchezza morale delle nostre società si traduce in denatalità e in impoverimento generazionale. L’individualismo rispetto alla vita o ai legami familiari come può tradursi in accentuata socialità nel lavoro? La dignità della persona umana ci richiama a questo quadro unitario e coerente. Soprattutto la dignità di chi è in “periferia”, dei deboli ci richiama a ciò. Una società che non li rispetta non ha futuro, danneggia se stessa prima che loro, dimostra di essere fragile e paurosa, di non avere inventiva e risorse progettuali, di essere sfiduciata e lacerata al proprio interno. Spesso è questa l’impressione che si ha della società italiana. A meno che essa non riscopra la coerenza che emana dalla dignità della persona umana. Questa la sfida e anche l’opportunità che si presenta a una nuova generazione di cristiani laici impegnati nel sociale e nel politico.

www.azionecattolica.it, 21 febbraio 2015