Azione Cattolica Italiana

Il Messaggio dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminile Cattoliche (UMOFC) per la Giornata internazionale della donna 2019

di María Lía Zervino* - Possiamo affermare oggi che le donne sono promotrici di speranza quando ci sono tante piaghe aperte? Un pianeta che grida per la distruzione che noi esseri umani gli stiamo infliggendo, e dagli esseri umani, in particolare donne e bambini, che sono soggetti alla schiavitù, al disprezzo e alla discriminazione e di cui vogliamo mettere a tacere il grido. Sono le ferite di Gesù nel mondo di oggi: la migrazione di bambini non accompagnati e la divisione forzata delle famiglie; i rifugiati a causa di guerre e conflitti che vivono in condizioni subumane; il traffico di persone a scopo di prostituzione, lavoro disonesto, traffico di organi e maternità surrogata; le vittime del traffico di armi e droga; donne ferite, maltrattate, discriminate da culture maschiliste e anche da culture edoniste che cercano nell’aborto e nella riduzione dei popoli più poveri la soluzione alla mancanza di un’adeguata distribuzione della ricchezza; famiglie senza tetto, senza terra, senza istruzione, senza cibo e senza lavoro, quando la scienza e la tecnologia applicate ad un’ecologia integrale ci permetterebbero di vivere fraternamente e di prenderci cura della nostra Casa comune. Le donne costituiscono il 71 per cento dei 40 milioni di persone che oggi soffrono delle moderne forme di schiavitù. Allo stesso tempo siamo chiamate a essere promotrici di speranza. Di questo hanno bisogno la nostra società e la nostra Chiesa: donne capaci di irradiare la misericordia dal nostro stesso grembo, donne che cercano di dare la vita e non la cancellano o la diminuiscono mai, che vanno incontro a coloro che soffrono di più e accompagnano i più bisognosi, che agiscono attraverso un amore materno capace di sacrificio silenzioso e creatività estrema, che evangelizzano con linguaggio e gesti di tenerezza.... che alleviano le ferite aperte di nostro Signore. Donne che non agiscono per rivendicazione, ma per convinzione. Sicure di poter trasformare il mondo che ci circonda e di cui siamo responsabili. Consapevoli che la società che cerchiamo si costruisce, giorno dopo giorno, a poco a poco, attraverso un lavoro collaborativo di uomini e donne, pari nella dignità e diversi nell’identità. Noi, donne del 2019, possiamo alleviare, in qualche misura, le ferite aperte di colui che è stato crocifisso, essendo portatrici di speranza, • se contribuiamo a diffondere quotidianamente l’amore creativo, • se affrontiamo con forza la tentazione di abbassare le braccia e ci impegniamo in azioni personali e comunitarie, • se condividiamo ideali e lavoriamo con uomini che sono anche loro appassionati nel prendersi cura del mondo come della propria famiglia, che allo stesso tempo è una protezione duratura e comunitaria dei più vulnerabili. Come ci esorta Papa Francesco, mettiamo in pratica con gioia, azioni e rinunce nel nostro ambiente, che, per quanto piccole possono essere, cercano di risolvere i drammi che soffriamo oggi. Donne, andiamo avanti! Facciamoci promotrici di speranza!

*Presidente Generale UMOFC

Verso una piattaforma online comune. Per leggere meglio la realtà

Leonardo Becchetti (Festival Nazionale dell’Economia Civile); Enrico Giovannini (Festival dello Sviluppo Sostenibile); Mauro Magatti (Festival della Generatività); Anna Lisa Mandorino e Marco de Ponte (Festival della Partecipazione); Emmanuele Massagli (ADAPT International Conference); Ermete Realacci (Festival della Soft Economy); Alessandro Rosina (Mappa celeste. Forum per il Futuro del Paese); Paolo Venturi (Le giornate di Bertinoro per l’economia civile): il 4 marzo si sono incontrati a Roma (presso la sala del Refettorio in Parlamento) per fare rete delle diverse iniziative di società civile, alcune delle quali vedono l’Ac in prima linea. Per fare sì che le parole rilanciate da ognuna delle manifestazioni possano trovare momenti di riflessione e ripresa nel corso di tutto l’anno. Obiettivo: una maggiore capacita di lettura della realtà e una narrazione positiva. Una iniziativa che si è subito dichiarata «aperta» a tutti coloro che vorranno aderire – e la lista d’attesa è già lunga, a detta degli organizzatori – per riflettere sulle dodici parole chiave di quest’anno: Competenza, Democrazia, Economia civile, Fiducia, Generatività, Green economy, Inclusione, Partecipazione, Soddisfazione di vita, Sostenibilità, Sussidiarietà, Uguaglianza/Pari opportunità. «Siamo troppo insoddisfatti di quella che è l’interazione fra società civile e comunicazione politica», ha detto concludendo l’appuntamento Leonardo Becchetti, una insoddisfazione che ha avuto come plastico riscontro il fatto che quasi tutti i direttori di organi di stampa chiamati a dibattere hanno dato forfait, mostrando l’insensibilità del sistema dell’informazione a capire e raccontare quanto si muove nella società civile. Unico a essersi presentato all’appuntamento è stato Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, quotidiano che ha una assidua frequentazione dei festival della società civile e dei loro protagonisti. Non è un caso dunque se in un panorama di stampa in crisi e in crollo verticale di pubblico, il quotidiano cattolico sta scalando le classifiche e ha raggiunto il quarto posto a ridosso dei grandi quotidiani nazionali. Fra le parole lanciate nella riflessione di quest’anno, all’appuntamento ha fatto la parte del leone il concetto di competenza, individuata come una delle cose delle quali c’è grande assenza e, grande necessità. Rosina ha sottolineato come il nostro tempo sia dominato da «rancore, rifiuto e rassicurazione intesa come rifugio nell’ipersemplificazione, mentre abbiamo bisogno di comprendere la complessità». «Abbiamo bisogno di competenza e gran parte del veleno nel dibattito pubblico è legato alla mancanza di competenza», ha fatto eco Rossella Muroni, deputata Leu. E il viceministro dell’istruzione, università e ricerca, Lorenzo Fioramonti, ha detto di «non riuscire ad accettare che il dibattito nel nostro Paese sia un dibattito urlato. Bisogna trovare nuovi modelli di interazione», dicendosi aperto a rilanciare iniziative dei festival nel mondo della scuola. Da qui la proposta di Giovannini: «Bisogna creare una piattaforma informativa per usare i contenuti emersi da ciascuno dei festival come scintilla per sviluppare il dibattito durante l’anno e aiutare la piattaforma a usare i materiali e crescere».

A margine dell’incontro su “La protezione dei minori nella Chiesa”

don Marco Ghiazza* - Si è conclusa domenica scorsa una tappa significativa di un più lungo percorso di purificazione e di conversione che Pietro sta promuovendo tra gli altri Apostoli. È la sua missione, da sempre: “Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31). Non è possibile né opportuna una sintesi, per la quale servono ed esistono voci più autorevoli e sagge. Ma soprattutto perché questo cammino non è ancora compiuto… anzi! Del resto, è complesso indagare le cause di così assurde forme di corruzione: “Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” (Sal 64, 7). Domenica, Papa Francesco ha offerto un discorso chiaro sotto ogni punto di vista. Insieme alle articolate riflessioni e alle puntuali indicazioni, sono state molto significative le parole pronunciate nel corso della celebrazione penitenziale, sabato 23 febbraio. Un giovane ha condiviso una sofferta testimonianza, capace di suscitare una riflessione che tento di raccogliere attorno a tre parole: la vergogna, la lotta, la sicurezza.

I FANTASMI ESISTONO: LA VERGOGNA Ecco alcune delle parole ascoltate: “Ci si deve confrontare con la consapevolezza di non potersi difendere contro la forza superiore dell’aggressore. Non si può fuggire a ciò che succede. Si deve sopportare. Non importa quanto sia brutto. Si vorrebbe scappare. Così accade che non si è più se stessi. Si vorrebbe scappare cercando di scappare da se stessi. Così nel tempo si diventa e ci si sente completamente soli: perché ti sei ritirato da un’altra parte e non puoi e non vuoi ritornare a te stesso. Quanto più spesso succede, tanto meno ritorni in te. Sei qualcun altro, sei un’altra persona. Ciò che ti porti dentro è come un fantasma che gli altri non sono capaci di vedere: non ti vedranno e conosceranno mai completamente. Quello che fa più male è la certezza che nessuno ti capirà. Si vive sempre in due mondi nello stesso tempo. Vorrei che gli aggressori potessero capire di creare questa scissione nelle vittime” Vergogna, dunque: perché noi sorridiamo delle paure dei piccoli cercando di convincerli che i fantasmi non esistono; salvo quando siamo noi a crearli; salvo quando fingiamo di non vederli. Vergogna: per essere causa di un dolore innocente. Quello nel quale il Cristo si identifica sul Calvario. Ecco il paradosso: coloro che alle volte persino si pavoneggiano per il loro dichiararsi “alter Christus” non si immedesimano con l’Agnello immolato, ma con i suoi carnefici. Vergogna perché nella doppiezza della nostra vita c’è la causa della scissione della vita altrui. Vergogna pure per le nostre umanità irrisolte, alla ricerca di approvazione, di consenso; vergogna per la nostra vanagloria, più preoccupata di piacere agli uomini che a Dio. Vergogna perché se non di tutti è la perversione, di tutti è la tentazione di non amare liberamente e gratuitamente, ma avidamente. Vergogna per tutte le forme di seduzione, dunque: per i “piacioni” di ogni ordine e grado. Vergogna perché, oggi come agli inizi, “ho avuto paura e mi sono nascosto” (Gen 3, 10). Vergogna: perché da essa possono sgorgare le lacrime del pentimento. “Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto. E, uscito fuori, pianse amaramente” (Lc 22, 61-62) Vergogna per le nostre lacrime non versate. Con Salomone, ripetiamo: “Ascolta e perdona” (1 Re 8, 30)

IL MALE HA I GIORNI CONTATI: LA LOTTA Olivier Clement ha scritto: “Le lacrime testimoniano che l’uomo non è fatto per l’ineluttabile. Esse sono una preghiera. Indicano già una vita più forte della morte… sono un’afflizione illuminata”. La vergogna non apre alla disperazione, ma alla lotta. Perché – come ha ricordato il Papa mercoledì scorso – “il male non è eterno”, “ha i giorni contati”. Siamo più affaticati: nella storia la Chiesa ha conosciuto tante avversità. Potrebbe sembrare “allenata”. Ma questa volta il nemico non è davanti, è “dentro”. Così, mentre sentiamo la necessità di domandare a qualcuno di assumersi fino in fondo le sue responsabilità, avvertiamo anche la faticosa opportunità di rivolgere lo sguardo verso noi stessi. La lotta è per la conversione. La mia, anzitutto. Essa non ci è estranea, perché fin dalla prima ora il Maestro, annunciando l’avvento del Regno, fece appello ad una battaglia interiore: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 14) perché “dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive” (Mc 7, 21). Sabato quel giovane ha affermato: “Ora cerco di concentrarmi sul mio diritto divino di essere vivo. Io posso e devo stare qui: questo mi da coraggio. Ora è finita: posso andare avanti, devo andare avanti. Se mi arrendessi ora o mi fermassi lascerei che questa ingiustizia interferisca nella mia vita. Posso impedire che questo accada imparando a parlarne”. Così ha descritto una tenacia che vorremmo assumere e condividere. Che il Papa ha descritto: “Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via). È anche una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male”. (Gaudete et exsultate, 159) È una lotta, anzitutto, per la vittoria: il Cristo è risuscitato! È una lotta per l’unità di vita, che è l’opposto di ogni doppiezza. Il Papa ha ricordato, Domenica, che: “Così come dobbiamo prendere tutte le misure pratiche che il buon senso, le scienze e la società ci offrono, così non dobbiamo perdere di vista questa realtà e prendere le misure spirituali che lo stesso Signore ci insegna: umiliazione, accusa di noi stessi, preghiera, penitenza. È l’unico modo di vincere lo spirito del male. Così lo ha vinto Gesù”. Ai bambini insegniamo che “le bugie hanno le gambe corte”: nella menzogna non è possibile nessun cammino. La finzione ci intorpidisce in una sorta di appagamento passeggero ma, in realtà, assomiglia alle sabbie mobili: gradualmente ci schiavizza, ci blocca e ci fa sentire fermi ed incapaci di uscire da una situazione complicata. “La verità vi farà liberi” (Gv 8, 32): nella libertà si può camminare, gli uni accanto agli altri, gli uni incontro agli altri. La libertà ha bisogno della verità. Dunque lotta è contro ogni fantasma, ogni nascondimento: tanto più grave quando cercato, scelto. È pure lotta contro la mediocrità di chi cerca rifugio in fattori culturali o in imperdonabili paragoni verso situazioni peggiori: il male non è “meno male” solo perché qualcos’altro è “peggio”. Io non divento buono se dimostro la cattiveria degli altri. Io posso essere buono. E per essere buono non ho altra strada che l’essere vero. “Mundum cor est simplex cor” affermava Sant’Agostino: il cuore puro è un cuore semplice. Ovvero senza pieghe. Le pieghe del cuore sono utili a nascondere. Nessuna doppiezza: negli stili di vita come nelle parole; nessuna maschera, utile solo a quelli che cercano un ruolo, anziché una missione. Con Davide, domandiamo: “Donami un cuore semplice, che tema il tuo nome” (Sal 85, 11)

POSSO FIDARMI DI TE? LA SICUREZZA Il tema della Chiesa come “luogo sicuro” è ritornato spesso in questi giorni. Per noi italiani forse è più complesso affrontarlo, perché la stessa parola ritorna nei dibattiti sociopolitici con le forme dell’arroganza, con il linguaggio della paura, con l’uso strumentale dei problemi non in vista della loro soluzione ma per la creazione del consenso elettorale. È un grande rammarico ed è soprattutto un impoverimento dei nostri cervelli e dei nostri cuori. È una impostazione che confonde la giustizia con la vendetta, che è pure la tentazione nostra. Quando, da parroco, qualche ragazzo scavalcava il cancello dell’oratorio fuori orario ero tentato di pensare che ci fosse un problema di sicurezza. In questo senso, la reazione sembrava essere quella di “difendersi” maggiormente dagli altri. Ma sarebbe stato come alimentare la paura, anziché costruire una relazione positiva. Aprire più spesso l’oratorio fu il modo per far cessare quelle “incursioni” dettate più dalla noia che dalla cattiveria. Soprattutto, nel caso della protezione dei minori, ciò che ci minaccia – come abbiamo accennato – non viene però da “fuori” di noi. Dunque la sicurezza auspicata non si da per via difensiva, ma per un cammino di maturazione di ogni membro della comunità. Si devono condannare gli atti. Ma la forma della repressione è una soluzione solo nell’immediato efficace. Nella paura – come Caino – ci si nasconde. Serve un serio ed esigente percorso di maturazione, che riveli ciascuno a se stesso prima ancora che agli altri. Ed in questo abbiamo bisogno di sentirci tutti ingaggiati. Del resto, l’educazione non si fonda sulla sicurezza, ma sulla fiducia. Così una Chiesa sicura è anzitutto una Chiesa affidabile. Certo: la mia fiducia è pure la mia vulnerabilità, esposta al potere di un altro. Di questo ogni educatore deve essere consapevole. Emotivamente tutto ciò può sembrare persino affascinante; in profondità, non può che renderci santamente inquieti. Perché non possiamo, né potremo eludere una domanda: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4, 9) Una Chiesa sicura è, ancora una volta, una Chiesa libera. Libera perché vera. Libera da ogni forma di potere sugli altri. Libera perché capace di amare gratuitamente. È una esperienza che già viviamo e che possiamo potenziare, secondo le parole del Santo Padre: “Ringrazio, a nome di tutta la Chiesa, la stragrande maggioranza dei sacerdoti che non solo sono fedeli al loro celibato, ma si spendono in un ministero reso oggi ancora più difficile dagli scandali di pochi (ma sempre troppi) loro confratelli. E grazie anche ai fedeli che ben conoscono i loro bravi pastori e continuano a pregare per loro e a sostenerli”. Con Pietro vorremmo ripetere: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21, 17)

In conclusione: cosa vorrei dire ad un’Acierrino? La fiducia dei piccoli è così bella da diventare, nelle parole di Gesù, esemplare: “A chi è come loro appartiene il regno di Dio”(Mc 10, 14) Essa è una grande responsabilità. E se, secondo il Vangelo, “i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10) vorrei chiedere loro di pregare, di intercedere per noi preti. Perché non ci manchi l’amore per la verità, anche di noi stessi. Perché non ci manchi il coraggio della vergogna. Perché non venga meno la forza della lotta. Perché possiamo essere affidabili, perché liberi e liberi perché autentici. Così, insieme, sperimenteremo e proveremo a testimoniare la bellezza della Chiesa, che riflette la luce del suo Sposo. Così, secondo un “antico” e noto adagio: “Tutto ciò che – oggi – c’è di grigio, si colorerà”.

*Assistente ecclesiastico nazionale dell'Azione Cattolica dei Ragazzi (Acr)

Verso le elezioni: un’Unione da rilanciare, spazio di diritti, libertà e giustizia sociale

di Matteo Truffelli - «Tocca innanzitutto a noi, ai cittadini, rilanciare il progetto europeo, riscoprendo le ragioni del nostro stare insieme: quelle storiche, che sono ragioni di pace, di affermazione dei diritti, di arricchimento culturale, e non solo di benessere economico, e quelle che derivano dalle tante nuove sfide che abbiamo davanti. Tocca a noi credere fino in fondo all’importanza di continuare a camminare insieme per affrontare i nuovi tornanti che la storia ci pone davanti. Senza arretrare, senza rinunciare a fare del nostro continente uno spazio di promozione dei diritti, della libertà, della giustizia sociale. Non solo per noi, ma anche per gli altri continenti, a partire da quelli che si affacciano sul Mediterraneo»: così il Presidente nazionale dell’Ac, intervenendo dalle pagine di Agensir.it nel dibattito aperto sul futuro dell’Unione europea in vista delle elezioni per l’Europarlamento, il prossimo 26 maggio.

Un viaggio tra cambiamenti e opportunità del mondo del lavoro

di Luisa Alfarano e Michele Tridente* - «Fondata sul lavoro» è il seminario che si terrà a Roma dall’1 al 3 marzo 2019 con cui vogliamo approfondire e riflettere sul complesso binomio giovani-lavoro. Lo facciamo investendo sul valore aggiunto di mettersi insieme, Settore giovani, Gioc e Movimento Lavoratori di Ac perché crediamo nel valore di fondere esperienze e punti di vista diversi, che maturano nella vita dei territori che abitiamo. Il tema, non serve forse neanche sottolinearlo, è attualissimo e spesso viene affrontato in chiave pessimistica: scorrendo le pagine dei giornali emergono una disoccupazione giovanile che sfiora il 32 per cento, il fenomeno del precariato, il crescente spopolamento del mezzogiorno e l’emigrazione giovanile verso il nord Italia e verso l’estero. Sarebbe troppo facile assumere una chiave di lettura negativa: la sfida è quella di informarci e entrare dentro le questioni in tutte le loro sfaccettature per cercare delle strade di impegno possibile, come giovani e come realtà associative impegnate con e per i giovani. Il recente Sinodo "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale" ha ricordato che «il lavoro costituisce una dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla terra» (Laborem exercens, 4) e che la sua mancanza è «umiliante per molti giovani» (Documento finale, 152). Passando al programma, venerdì 1 marzo pomeriggio è riservato agli arrivi e all'accoglienza. Sabato 2 marzo mattina, suor Alessandra Smerilli, economista e partecipante al sinodo in qualità di uditrice, ci aiuterà a riflettere su quali sono gli ostacoli che ci impediscono di vivere pienamente il lavoro in una prospettiva vocazionale per cercare di comprendere che esso infatti se da un lato contribuisce alla nostra realizzazione personale, dall’altro è il nostro contributo all’opera della creazione, per costruire un mondo più giusto e una società più fraterna. A seguire, con Sergio Gatti, direttore Federcasse e vicepresidente del Comitato delle Settimane sociali, Maurizio Sorcioni, direttore Knowledge di ANPAL Servizi, e Tiziano Treu, presidente del Cnel e già ministro del lavoro, approfondiremo l’attuale situazione del mondo del lavoro a livello nazionale e internazionale per cercare di avere una fotografia chiara e nello stesso tempo provare a intercettare i tanti cambiamenti che rendono complessa la realtà. Entreremo nel merito dei recenti provvedimenti legislativi e rifletteremo su quali sono le politiche attive del lavoro attualmente in essere (e quali potrebbero essere messe in campo), come anche su quale è l’impegno della Chiesa italiana per «favorire e accompagnare l’inserimento dei giovani in questo mondo, anche attraverso il sostegno di iniziative di imprenditoria giovanile» (Documento Finale, 152), come raccomandato dalla recente assemblea sinodale e ripartendo dalla riflessione della Settimane sociale di Cagliari. Cercheremo di mettere in luce come un giovane, oggi, si deve porre di fronte a un mondo pieno di complessità, situazioni sfavorevoli come anche opportunità nascoste. Sabato 2 marzo pomeriggio, attraverso dei workshop, entreremo dentro alcune delle sfide più importanti, l’innovazione e l’industria 4.0, la formazione e le opportunità fornite dall’internazionalizzazione, la conciliazione vita-lavoro, la creazione di opportunità di lavoro e di impresa, grazie al contributo di esperti e stimolando il discernimento attraverso il racconto di buone pratiche avviate. Infine, nella mattinata di domenica 3 marzo, vogliamo soffermarci sugli aspetti più pastorali per comprendere quali sono le strade per essere discepoli – missionari nel mondo e negli ambienti di lavoro. Lo faremo grazie all’aiuto di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i Problemi sociali e il lavoro della Cei, e il racconto di alcune esperienze concrete di pastorale d’ambiente. Siamo certi infatti che di fronte alle sfide del presente non c’è altra strada che un rinnovato impegno a servizio delle persone laddove concretamente vivono. Ci chiederemo dunque, con umiltà e senso critico, quale risposta noi, laici associati che scelgono di vivere il proprio impegno anche nel mondo del lavoro, possiamo essere, quale contributo possiamo portare, sgombri dal peso del passato, con i piedi ben saldi nel presente e con uno sguardo fiducioso al futuro. Fondata sul lavoro è nello stesso tempo occasione di formazione, riflessione e confronto per continuare ad essere giovani che investono sul presente, con la fiducia e gli strumenti necessari per costruire il proprio futuro.

*Vicepresidenti nazionali per il Settore giovani di Ac

Un mese fa, la GMG di Panama. Un canto di vita

di Tony Drazza* - «Que alegria cuando me dijeron…»: ancora oggi mi capita di canticchiare le parole del canto iniziale della Messa di chiusura della Gmg di Panama. Se avete tempo e voglia vi consiglio - se non l’avete già fatto - di andare su Youtube e ascoltarlo, e sentirete la grande allegria che si respirava quella mattina al Metro Park, il luogo della Messa finale. Come ogni incontro mondiale dei giovani, anche la Gmg di Panama porta nel mio cuore, e di tutti coloro che hanno partecipato, emozioni forti, pensieri, profondità che possono capirsi solo quando torni alla normalità. Allora per questo ho preso tempo prima di scrivere qualcosa. Mi sono concesso la lentezza di capire al di là di foto, video, racconti cosa fosse rimasto nella mia vita di prete e cosa è bene (lo dico con tanta delicatezza) custodire per vivere una vita con la stessa intensità di quei giorni. Quattro cose, dopo aver scandagliato il cuore e scovato le preziosità dell’esperienza, mi sento di condividere: la preparazione, il cammino, l’allegria e la gentilezza. Come ogni cosa bella che si rispetti è necessaria una preparazione accurata, quasi maniacale. Per fare un viaggio del genere, in un tempo per noi particolare - gennaio è tempo pieno di lavoro e studio -, è importante riuscire a liberare il cuore da tutte le cose che lo tengono occupato e preoccupato. È importante lasciare libero il cuore e capire perché hai scelto di fare il viaggio; perché hai deciso di piantare tutto e “spararti” un viaggio di 10mila Km in pieno tempo lavorativo. Sono domande che rimangono nel cuore ed è necessario ora con un po’ di tranquillità poter rispondere. Per la profondità non basta rispondere più: “perché mi andava” o “perché sono riuscito a chiedere le ferie o a sistemare i corsi all’università”, non bastano più queste risposte, che sono vere ma anche superficiali (e scusami se mi permetto). Ognuno di noi dovrebbe riuscire a cogliere dentro le nostre scelte, dentro la nostra preparazione, nelle nostre organizzazioni che c’è qualcosa in più che spesso dimentichiamo di considerare: io, tu siamo arrivati a Panama perché, oltre la nostra organizzazione, Dio ci ha voluti lì. Siamo arrivati a Panama non perché abbiamo organizzato tutto, ma perché qualcuno ha smosso qualcosa di forte nel cuore. Siamo stati alla Gmg perché Dio doveva parlare al nostro cuore, al mio di prete e al tuo di giovane. Ed è qui che si scopre la grandezza del viaggio, altrimenti resta solo una bellissima vacanza. La prima risposta a questa chiamata è il cammino. Spesso le nostre risposte sono fatte di cammini, di passi qualche volta incerti e altre volte più sicuri, ma sempre per primi si muovono i passi e poi le parole. È bellissimo pensare che ogni nostro cammino cominci con i passi e non con un discorso. E in questo caso il cammino era davvero lungo, quasi dall’altra parte del mondo. Abbiamo tutti camminato tra le strade di Panama, calde e assolate, abbiamo spesso alzato gli occhi per ammirare i grattacieli e anche abbassato lo sguardo per accarezzare le baraccopoli (distonie delle grandi città). La chiesa in uscita che papa Francesco porta nel cuore e fatta di cammini, di passi, di incontri nei luoghi più lontani. Essere l’”adesso di Dio” passa dalla nostra capacità di metterci in cammino, di non avere paura di raggiungere ogni uomo, nel suo posto di vita, può essere l’ultimo piano del grattacielo come l’ultima baracca in una via buia di Panama. Siamo chiamati ancora a scoprire l’allegria. Dovremmo forse avere il coraggio di fare una rivoluzione dell’allegria. In quei giorni della Gmg abbiamo visto la gente allegra, sempre con il sorriso sulle labbra, molto disponibili ad accogliere l’onda umana che in quei giorni ha “stravolto” la città. Mi rimane nel cuore la messa celebrata, la prima. quella della domenica del mio arrivo nella parrocchia che poi avrebbe ospitato tutti i pellegrini italiani. Ho visto moltissime persone celebrare con allegria, con il cuore trasportato dalla bellezza del momento, con il desiderio sul volto di fare festa con la persona vicina. L’allegria non è, sono certo, il far finta di niente rispetto ai problemi della vita, l’allegria mi sembra un modo di guardare alla vita, anche se segnata dalla sofferenza, con qualche speranza. Per finire vorrei riuscire a descrivere la gentilezza del popolo panameňo. La gentilezza, il tono di voce sommesso, il “mucho calor” ogni volta che dicevamo grazie, mi ha portato il cuore a livelli di guardia. Tutta la nostra vita, la nostra capacità di annuncio del Vangelo, ne sono certo, parte dalla gentilezza e non dalla forza o dalla capacità. Il Vangelo ha bisogno di essere annunciato con gentilezza, sottovoce perché solo così il cuore diventa accogliente. Hasta maňana Panama e grazie per la tua gentilezza!

*Assistente centrale per il Settore giovani di Azione cattolica

Pubblicato «Segno nel mondo» n.1-2019

di Gianni di Santo* - Europa. Fortemente Europa. Il primo numero di Segno nel mondo per il nuovo anno scava a fondo, in attesa delle prossime elezioni politiche europee (26 maggio), su cosa oggi significhi oggi essere Europa. Un dossier corposo, dunque. Il giornalista e politologo francese Bernard Guetta ripercorre, nell’intervista di apertura, alcuni passaggi della storia dell’integrazione comunitaria, segnalando i nodi da sciogliere in una fase in cui l’Ue appare “affaticata” eppure sempre più necessaria. Ma da dove ripartire? Per Angiolo Boncompagni, il rilancio richiede «nuove forme di umanesimo capaci di superare nei fatti l’individualismo degli ultimi decenni». E mentre gli “euroconsapevoli” forniscono le loro ragioni, gli “euroscettici” tentano la marcia su Bruxelles. Intanto, in vista delle elezioni dell’Europarlamento, ci sono giovani che si stanno appassionando all’evento anche grazie alla campagna #stavoltavoto. E sono ancora alcuni giovani di Ac a spiegarci come e perché l’esperienza in un altro paese del continente sia un’occasione di crescita e di dialogo tra persone ormai non più tanto lontane. Oltre l’Europa, la rivista apre con un editoriale, a forma del vicepresidente nazionale per il settore Giovani, Michele Tridente, in vista del convegno delle Presidenze diocesane (Chianciano Terme, 3-5 maggio) nel quale «ci interrogheremo su come rispondere a quella tristezza individualista che sembra caratterizzare il nostro tempo, recuperando il valore e il significato di sentirsi popolo e prendersi cura, assieme a tutti gli uomini di buona volontà, dei problemi e delle sfide dei nostri territori e delle nostre comunità». E poi l’attualità attraverso le sette note (Sanremo è appena finito…). Renato Marengo, storico produttore discografico, fa una carrellata sui favolosi anni Sessanta che hanno cambiato la musica nel mondo: dai Beatles a nuovi artisti, passando per Battisti e Battiato fino a Ermel Meta e Fabrizio Moro. Con una postilla in stile associativo: pare che Sanremo sia una vetrina social anche per i giovani di Ac. Quindi la cultura, con un’intervista dedicata al pittore Ennio Calabria, tra volti, metafisica e un Dio che si incontra lungo le pennellate dei suoi dipinti. Per la rubrica Il primato della vita, proseguendo il percorso di spiritualità laicale attraverso i luoghi biblici, Luca Alici ci parla di Gerusalemme. Chi ha visitato la capitale della Terra Santa ci ha lasciato il cuore, per quello che è ed è stata, per ciò che rappresenta e ciò che la ferisce. Ma cosa ha ancora da dirci la città santa di “allora” e quella di un “domani senza tramonto”, la Gerusalemme della scrittura e quella dell’eternità? Perché credere, la rubrica che offre ai lettori un percorso biblico sulla preghiera, questa volta è affidata a Mario Diana, assistente nazionale per il Msac. Tre sono i luoghi dell’esistenza quotidiana che possono generare e custodire la preghiera: la casa, la chiesa, il cantiere. Sapendo che è il nostro cuore il centro dell’ascolto con Dio. Oltre la versione cartacea, è sempre possibile seguire gli aggiornamenti della rivista e scaricare il nuovo numero attraverso la piattaforma digitale, segnoweb.azionecattolica.it e l’app Segno nel mondo disponibile per i dispositivi Android e Ios. Spazio anche sui social, con l’account Facebook di Segno nel mondo.

*Redazione del trimestrale Segno nel Mondo

 

Il racconto della giornata Ac in Campania

di Mafalda Maciariello* - Domenica 17 febbraio 2019, nella diocesi di Amalfi-Cava, presso il convento di S. Francesco a Cava, la presidenza nazionale ha incontrato i consigli delle ventuno diocesi aderenti all’Azione Cattolica della Campania. Circa 300 persone felici di trascorrere, ancora una volta, una domenica tra “amici che si vogliono bene”. Durante la celebrazione eucaristica con cui ha avuto inizio la giornata, il vescovo Orazio Soricelli, ordinario del luogo, ha voluto incoraggiarci a perseverare nel nostro servizio e ringraziarci con un’esortazione: «Carissima Azione Cattolica, grazie di esistere e di resistere». Il titolo del consiglio “Tutti i santi giorni – Missionarietà e ordinarietà nella vita dell’Ac” ha evidenziato la necessità di riflettere insieme su alcune priorità della formazione e del servizio. Il racconto di alcune esperienze delle associazioni diocesane della Campania ha pertanto avuto come filo conduttore la ferialità - tutti i santi giorni (!) - dell’esperienza di Ac, portatrice di fatiche ma soprattutto della gioia, che siamo chiamati a condividere e trasmettere. In filigrana, nei racconti, si è potuto intravedere il magistero di Papa Francesco, in particolare la Laudato si’; le testimonianze infatti hanno riguardato la cura del fratello fragile, del territorio ferito, della cultura. Ne è emerso che l’Azione Cattolica in Campania esercita la missione nella formazione, nella lettura attenta, realistica e profetica dei luoghi e dei tempi, nel servizio alla persona. Spesso realizzata oltre i confini regionali e nazionali, essa profuma di gratuità, di responsabilità, di profezia declinate tenendo ferme le scelte di fondo e le tradizioni della vita associativa. Tra i punti fermi resta quindi l’attenzione a realizzare una formazione organizzata secondo itinerari capaci di fornire strumenti utili a leggere la vita che si svolge nel territorio regionale. Il racconto delle esperienze ha consolidato delle certezze: il fatto che l’impegno missionario restituisce sempre in termini di gioia; che è urgente animare cristianamente la cultura poiché “ci fa rimanere umani”; che il dono più prezioso che ciascuno di noi può dare è il tempo; che i percorsi formativi hanno una carica di trasferibilità in ambienti ulteriori rispetto alla parrocchia; che, infine, la cura del creato necessita del consolidamento di alleanze con altre realtà associative e chiese locali. La richiesta di esperienze da parte della delegazione regionale di Ac alle diocesi ha prodotto da un lato imbarazzo nella scelta e dall’altro la consapevolezza della ricchezza e creatività di quanto le nostre associazioni realizzino quotidianamente. Al racconto è seguito il momento delle FAQ (frequently associative questions!) poste dai consigli diocesani agli undici membri presenti della presidenza nazionale. Le domande hanno riguardato diverse tematiche, dall’impegno in politica ad aspetti strettamente connessi alla vita associativa, e hanno evidenziato l’importanza di offrire occasioni di franco e costruttivo dialogo tra i diversi livelli associativi. Il pomeriggio, infine, ci ha visti impegnati divisi nei settori, nell’articolazione dell’Acr, nel Mlac e nel comitato presidenti, in cui è continuato il confronto con gli amici della presidenza nazionale. Matteo Truffelli, in un passaggio del confronto con i presidenti diocesani ha sottolineato l’importanza di non lasciare sole le persone che accettano una responsabilità associativa, ma di assicurare una rete di corresponsabilità, e di far emergere dal proprio servizio reso come responsabili che il servizio rende più bella la propria esistenza.

*Delegata regionale Ac Campania

Il discorso di Papa Francesco alla Fao. Per uno sviluppo a servizio dei poveri

Importante discorso di Francesco alla sede centrale della Fao (l'Organizzazione Onu per l’alimentazione e l’agricoltura) a Roma, in occasione della cerimonia di apertura della 42a sessione del Consiglio dei Governatori dell’Ifad (il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo). Insieme al Pam (il Programma alimentare mondiale), queste organizzazioni con sedi in Italia sono impegnate a livello mondiale per sconfiggere la fame e la malnutrizione in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu. Dopo quelli del 2014 e del 2017, è stato il terzo discorso di Bergoglio alla Fao, a dimostrazione dell’attenzione costante di questo pontefice verso tematiche importanti come la sicurezza alimentare, in relazione allo sviluppo sostenibile e la povertà di chi si trova ai margini della società a causa dell’aumento dalle disuguaglianze. Il tema della conferenza di ieri riguardava in particolare le innovazioni e le iniziative imprenditoriali nelle zone rurali, le quali sono da sempre al centro delle attività dell’Ifad che è oggi presente in 181 Paesi del mondo. Papa Francesco ha ricordato come in realtà già nel dicembre del 1964 Paolo VI avesse auspicato la creazione di un fondo per combattere la miseria (sottraendo investimenti alla fornitura d’armi), fino alla nascita dell’Ifad nel 1977. Papa Bergoglio si è rivolto ai vari rappresentanti delle organizzazioni internazionali incoraggiando di guardare il volto delle persone che vivono in situazioni di indigenza senza arrossire, perché «il loro grido di bisogno è stato ascoltato». Secondo il Papa la fame e la miseria possono essere sconfitte se le responsabilità vengono realmente assunte e non passate da un attore all’altro. Ha poi aggiunto che la lotta contro la fame non deve essere solo uno slogan, ma un impegno serio e concreto che ha per scopo quello di lasciarsi il problema della malnutrizione alle spalle: «La comunità internazionale, che ha elaborato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, deve compiere ulteriori passi per il conseguimento reale dei 17 obiettivi che la compongono. A tale proposito, l’apporto dell’Ifad risulta imprescindibile per poter conseguire i primi due obiettivi dell’agenda, quelli riferiti allo sradicamento della povertà, alla lotta contro la fame e alla promozione della sovranità alimentare». Nel suo discorso Papa Francesco ha sottolineato la centralità delle comunità locali nello sviluppo agricolo. «È un paradosso che buona parte degli 820 milioni di persone che soffrono per la malnutrizione siano contadini delle aree rurali che si dedicano alla produzione di alimenti». In più «lo sviluppo locale ha valore in se stesso, non per altri obiettivi». L’innovazione deve avere come fine l’ampliamento delle proprie capacità per ogni persona e ogni comunità «per una vita umana degna di questo nome». Per quanto riguarda le modalità di assistenza, il pontefice ha dichiarato che gli interventi per chi vive nelle zone rurali non devono essere imposti dall’alto in modo da creare dipendenza dagli aiuti, ma devono mettere al centro la persona umana, devono essere realizzati con e per le comunità rurali: «Occorrerebbe dare protagonismo diretto a quanti sono colpiti dall’indigenza, senza considerarli meri recettori di un aiuto che può finire col generare dipendenze. E quando un popolo si abitua a dipendere, non si sviluppa. Si tratta di affermare sempre la centralità della persona umana, ricordando che «i nuovi processi in gestazione non possono sempre essere integrati entro modelli stabiliti dall’esterno ma provenienti dalla stessa cultura locale» (Lettera enciclica Laudato si’, n. 144), che è sempre originale. «I nuovi processi di sviluppo non sempre possono essere incorporati in sistemi impartiti da fuori ma partire dalle popolazioni locali». Allo stesso tempo gli interventi non possono essere isolati, occasionali o effimeri. Sfide così complesse possono essere risolte se trattate non come emergenze ma mettendo insieme gli sforzi e ponendo le società rurali come protagoniste dello sviluppo. L’Ifad stesso ha ottenuto i migliori risultati con il decentramento, basandosi sulle evidenti necessità delle persone che vivono in situazioni di indigenza, valorizzando la cooperazione Sud-Sud e diversificando i sistemi di finanziamento. Papa Bergoglio ha incoraggiato tutti gli attori sia pubblici che privati a continuare su «questo cammino che è umile, ma giusto», e successivamente si è riferito allo sviluppo definendolo “scienza con coscienza”: «Bisogna puntare sull’innovazione, sulla capacità imprenditoriale, sul protagonismo degli attori locali e sull’efficienza dei processi produttivi, per ottenere la trasformazione rurale, al fine di sradicare la denutrizione e sviluppare in modo sostenibile l’ambito agricolo. E in questo contesto è necessario promuovere una “scienza con coscienza” e mettere la tecnologia realmente al servizio dei poveri. Del resto, le nuove tecnologie non devono contrapporsi alle culture locali e alle conoscenze tradizionali, ma integrarle e agire in sinergia con esse». Francesco ha infine concluso il proprio discorso con parole forti, affermando che le azioni intraprese devono essere a «beneficio degli scartati in questa cultura dello scarto», dove molte persone sono «vittime dell’indifferenza e dell’egoismo»; la sconfitta totale della fame allora sarà «vendemmia di giustizia e prosperità».

Al via il percorso del III Forum di Etica Civile. Verso un patto tra generazioni

A Firenze, il 16-17 novembre 2019 si terrà il III Forum di Etica Civile dal titolo “Verso un patto tra generazioni: un presente giusto per tutti”. A promuoverlo un’ampia rete di soggetti - tra cui i giovani di Azione Cattolica e Istituto di Diritto Internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”-, allargata rispetto alle prime due edizioni, per meglio dialogare attraverso le generazioni. Davvero il rapporto tra le generazioni è sfida centrale per la vita assieme, imprescindibile per un’etica civile, essenziale in questa fase storica. Come far interagire in modo fecondo lo sguardo al futuro dei giovani e l’esperienza di chi ha vissuto una storia più lunga? Come disegnare un futuro in cui ogni generazione possa partecipare alla vita sociale, politica, economica? Come costruire un patto rinnovato, raccogliendo esigenze diverse in orizzonte condiviso? Attorno a queste domande ruoterà il Forum fiorentino, che attingerà alle tante esperienze che operano in tale ambito ed alle idee che possono condurci in tale direzione. A prepararlo i percorsi tematici che si terranno in diversi contesti locali e dei quali darà conto il sito del Forum. Il metodo sarà attento al confronto tra generazioni diverse, per valorizzare una pluralità di voci e far emergere istanze differenti. Lo stile sarà quello del dialogo civile, curioso e rispettoso dei percorsi altrui, pronto a valorizzarne la pluralità come ricchezza, per acquisire nuovi strumenti di lettura della realtà circostante e agire per una convivenza civile e generativa. Un invito particolare a partecipare all’evento ed ai percorsi preparatori va a chi ha seguito l’esperienza dei Forum precedenti e/o ha sottoscritto il Patto proposto dal Forum milanese del 2017. Un invito anche ad offrire contributi (testi, audio, video), inviandoli – nel formato preferito – a forumdieticacivile@gmail.com. Speriamo in un nuovo cammino di ricerca condiviso, tra soggetti diversi, tra generazioni diverse, tra realtà geografiche e culturali diverse. Lo esige il futuro che vogliamo, ispirato dalla visione di una civitas accogliente e pronta a valorizzare per esso una pluralità di contributi.

Per informazioni: forumdieticacivile@gmail.com www.forumeticacivile.com

I soggetti promotori Azione Cattolica giovani, Aggiornamenti Sociali, Centro “Bruno Longo”, Istituto di Diritto Internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”, Centro Internazionale per Studenti Stranieri “Giorgio La Pira”, Associazione Cercasi un Fine, Fondazione Lanza, FOCSIV, FUCI, Il Regno, Incontri, Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe”, Lega Missionaria Studenti, Movimento dei Focolari, Movimento Eucaristico Giovanile (Progetto Umbertata), Opera Giorgio La Pira.

Azione Cattolica Italiana / Lo scenario

Il Messaggio dell’Unione Mondiale delle Organizzazioni Femminile Cattoliche (UMOFC) per la Giornata internazionale della donna 2019

di María Lía Zervino* - Possiamo affermare oggi che le donne sono promotrici di speranza quando ci sono tante piaghe aperte? Un pianeta che grida per la distruzione che noi esseri umani gli stiamo infliggendo, e dagli esseri umani, in particolare donne e bambini, che sono soggetti alla schiavitù, al disprezzo e alla discriminazione e di cui vogliamo mettere a tacere il grido. Sono le ferite di Gesù nel mondo di oggi: la migrazione di bambini non accompagnati e la divisione forzata delle famiglie; i rifugiati a causa di guerre e conflitti che vivono in condizioni subumane; il traffico di persone a scopo di prostituzione, lavoro disonesto, traffico di organi e maternità surrogata; le vittime del traffico di armi e droga; donne ferite, maltrattate, discriminate da culture maschiliste e anche da culture edoniste che cercano nell’aborto e nella riduzione dei popoli più poveri la soluzione alla mancanza di un’adeguata distribuzione della ricchezza; famiglie senza tetto, senza terra, senza istruzione, senza cibo e senza lavoro, quando la scienza e la tecnologia applicate ad un’ecologia integrale ci permetterebbero di vivere fraternamente e di prenderci cura della nostra Casa comune. Le donne costituiscono il 71 per cento dei 40 milioni di persone che oggi soffrono delle moderne forme di schiavitù. Allo stesso tempo siamo chiamate a essere promotrici di speranza. Di questo hanno bisogno la nostra società e la nostra Chiesa: donne capaci di irradiare la misericordia dal nostro stesso grembo, donne che cercano di dare la vita e non la cancellano o la diminuiscono mai, che vanno incontro a coloro che soffrono di più e accompagnano i più bisognosi, che agiscono attraverso un amore materno capace di sacrificio silenzioso e creatività estrema, che evangelizzano con linguaggio e gesti di tenerezza.... che alleviano le ferite aperte di nostro Signore. Donne che non agiscono per rivendicazione, ma per convinzione. Sicure di poter trasformare il mondo che ci circonda e di cui siamo responsabili. Consapevoli che la società che cerchiamo si costruisce, giorno dopo giorno, a poco a poco, attraverso un lavoro collaborativo di uomini e donne, pari nella dignità e diversi nell’identità. Noi, donne del 2019, possiamo alleviare, in qualche misura, le ferite aperte di colui che è stato crocifisso, essendo portatrici di speranza, • se contribuiamo a diffondere quotidianamente l’amore creativo, • se affrontiamo con forza la tentazione di abbassare le braccia e ci impegniamo in azioni personali e comunitarie, • se condividiamo ideali e lavoriamo con uomini che sono anche loro appassionati nel prendersi cura del mondo come della propria famiglia, che allo stesso tempo è una protezione duratura e comunitaria dei più vulnerabili. Come ci esorta Papa Francesco, mettiamo in pratica con gioia, azioni e rinunce nel nostro ambiente, che, per quanto piccole possono essere, cercano di risolvere i drammi che soffriamo oggi. Donne, andiamo avanti! Facciamoci promotrici di speranza!

*Presidente Generale UMOFC

Verso una piattaforma online comune. Per leggere meglio la realtà

Leonardo Becchetti (Festival Nazionale dell’Economia Civile); Enrico Giovannini (Festival dello Sviluppo Sostenibile); Mauro Magatti (Festival della Generatività); Anna Lisa Mandorino e Marco de Ponte (Festival della Partecipazione); Emmanuele Massagli (ADAPT International Conference); Ermete Realacci (Festival della Soft Economy); Alessandro Rosina (Mappa celeste. Forum per il Futuro del Paese); Paolo Venturi (Le giornate di Bertinoro per l’economia civile): il 4 marzo si sono incontrati a Roma (presso la sala del Refettorio in Parlamento) per fare rete delle diverse iniziative di società civile, alcune delle quali vedono l’Ac in prima linea. Per fare sì che le parole rilanciate da ognuna delle manifestazioni possano trovare momenti di riflessione e ripresa nel corso di tutto l’anno. Obiettivo: una maggiore capacita di lettura della realtà e una narrazione positiva. Una iniziativa che si è subito dichiarata «aperta» a tutti coloro che vorranno aderire – e la lista d’attesa è già lunga, a detta degli organizzatori – per riflettere sulle dodici parole chiave di quest’anno: Competenza, Democrazia, Economia civile, Fiducia, Generatività, Green economy, Inclusione, Partecipazione, Soddisfazione di vita, Sostenibilità, Sussidiarietà, Uguaglianza/Pari opportunità. «Siamo troppo insoddisfatti di quella che è l’interazione fra società civile e comunicazione politica», ha detto concludendo l’appuntamento Leonardo Becchetti, una insoddisfazione che ha avuto come plastico riscontro il fatto che quasi tutti i direttori di organi di stampa chiamati a dibattere hanno dato forfait, mostrando l’insensibilità del sistema dell’informazione a capire e raccontare quanto si muove nella società civile. Unico a essersi presentato all’appuntamento è stato Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, quotidiano che ha una assidua frequentazione dei festival della società civile e dei loro protagonisti. Non è un caso dunque se in un panorama di stampa in crisi e in crollo verticale di pubblico, il quotidiano cattolico sta scalando le classifiche e ha raggiunto il quarto posto a ridosso dei grandi quotidiani nazionali. Fra le parole lanciate nella riflessione di quest’anno, all’appuntamento ha fatto la parte del leone il concetto di competenza, individuata come una delle cose delle quali c’è grande assenza e, grande necessità. Rosina ha sottolineato come il nostro tempo sia dominato da «rancore, rifiuto e rassicurazione intesa come rifugio nell’ipersemplificazione, mentre abbiamo bisogno di comprendere la complessità». «Abbiamo bisogno di competenza e gran parte del veleno nel dibattito pubblico è legato alla mancanza di competenza», ha fatto eco Rossella Muroni, deputata Leu. E il viceministro dell’istruzione, università e ricerca, Lorenzo Fioramonti, ha detto di «non riuscire ad accettare che il dibattito nel nostro Paese sia un dibattito urlato. Bisogna trovare nuovi modelli di interazione», dicendosi aperto a rilanciare iniziative dei festival nel mondo della scuola. Da qui la proposta di Giovannini: «Bisogna creare una piattaforma informativa per usare i contenuti emersi da ciascuno dei festival come scintilla per sviluppare il dibattito durante l’anno e aiutare la piattaforma a usare i materiali e crescere».

A margine dell’incontro su “La protezione dei minori nella Chiesa”

don Marco Ghiazza* - Si è conclusa domenica scorsa una tappa significativa di un più lungo percorso di purificazione e di conversione che Pietro sta promuovendo tra gli altri Apostoli. È la sua missione, da sempre: “Satana vi ha cercati per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22, 31). Non è possibile né opportuna una sintesi, per la quale servono ed esistono voci più autorevoli e sagge. Ma soprattutto perché questo cammino non è ancora compiuto… anzi! Del resto, è complesso indagare le cause di così assurde forme di corruzione: “Un baratro è l’uomo e il suo cuore un abisso” (Sal 64, 7). Domenica, Papa Francesco ha offerto un discorso chiaro sotto ogni punto di vista. Insieme alle articolate riflessioni e alle puntuali indicazioni, sono state molto significative le parole pronunciate nel corso della celebrazione penitenziale, sabato 23 febbraio. Un giovane ha condiviso una sofferta testimonianza, capace di suscitare una riflessione che tento di raccogliere attorno a tre parole: la vergogna, la lotta, la sicurezza.

I FANTASMI ESISTONO: LA VERGOGNA Ecco alcune delle parole ascoltate: “Ci si deve confrontare con la consapevolezza di non potersi difendere contro la forza superiore dell’aggressore. Non si può fuggire a ciò che succede. Si deve sopportare. Non importa quanto sia brutto. Si vorrebbe scappare. Così accade che non si è più se stessi. Si vorrebbe scappare cercando di scappare da se stessi. Così nel tempo si diventa e ci si sente completamente soli: perché ti sei ritirato da un’altra parte e non puoi e non vuoi ritornare a te stesso. Quanto più spesso succede, tanto meno ritorni in te. Sei qualcun altro, sei un’altra persona. Ciò che ti porti dentro è come un fantasma che gli altri non sono capaci di vedere: non ti vedranno e conosceranno mai completamente. Quello che fa più male è la certezza che nessuno ti capirà. Si vive sempre in due mondi nello stesso tempo. Vorrei che gli aggressori potessero capire di creare questa scissione nelle vittime” Vergogna, dunque: perché noi sorridiamo delle paure dei piccoli cercando di convincerli che i fantasmi non esistono; salvo quando siamo noi a crearli; salvo quando fingiamo di non vederli. Vergogna: per essere causa di un dolore innocente. Quello nel quale il Cristo si identifica sul Calvario. Ecco il paradosso: coloro che alle volte persino si pavoneggiano per il loro dichiararsi “alter Christus” non si immedesimano con l’Agnello immolato, ma con i suoi carnefici. Vergogna perché nella doppiezza della nostra vita c’è la causa della scissione della vita altrui. Vergogna pure per le nostre umanità irrisolte, alla ricerca di approvazione, di consenso; vergogna per la nostra vanagloria, più preoccupata di piacere agli uomini che a Dio. Vergogna perché se non di tutti è la perversione, di tutti è la tentazione di non amare liberamente e gratuitamente, ma avidamente. Vergogna per tutte le forme di seduzione, dunque: per i “piacioni” di ogni ordine e grado. Vergogna perché, oggi come agli inizi, “ho avuto paura e mi sono nascosto” (Gen 3, 10). Vergogna: perché da essa possono sgorgare le lacrime del pentimento. “Allora il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto. E, uscito fuori, pianse amaramente” (Lc 22, 61-62) Vergogna per le nostre lacrime non versate. Con Salomone, ripetiamo: “Ascolta e perdona” (1 Re 8, 30)

IL MALE HA I GIORNI CONTATI: LA LOTTA Olivier Clement ha scritto: “Le lacrime testimoniano che l’uomo non è fatto per l’ineluttabile. Esse sono una preghiera. Indicano già una vita più forte della morte… sono un’afflizione illuminata”. La vergogna non apre alla disperazione, ma alla lotta. Perché – come ha ricordato il Papa mercoledì scorso – “il male non è eterno”, “ha i giorni contati”. Siamo più affaticati: nella storia la Chiesa ha conosciuto tante avversità. Potrebbe sembrare “allenata”. Ma questa volta il nemico non è davanti, è “dentro”. Così, mentre sentiamo la necessità di domandare a qualcuno di assumersi fino in fondo le sue responsabilità, avvertiamo anche la faticosa opportunità di rivolgere lo sguardo verso noi stessi. La lotta è per la conversione. La mia, anzitutto. Essa non ci è estranea, perché fin dalla prima ora il Maestro, annunciando l’avvento del Regno, fece appello ad una battaglia interiore: “Convertitevi e credete al Vangelo” (Mc 1, 14) perché “dal cuore degli uomini escono le intenzioni cattive” (Mc 7, 21). Sabato quel giovane ha affermato: “Ora cerco di concentrarmi sul mio diritto divino di essere vivo. Io posso e devo stare qui: questo mi da coraggio. Ora è finita: posso andare avanti, devo andare avanti. Se mi arrendessi ora o mi fermassi lascerei che questa ingiustizia interferisca nella mia vita. Posso impedire che questo accada imparando a parlarne”. Così ha descritto una tenacia che vorremmo assumere e condividere. Che il Papa ha descritto: “Non si tratta solamente di un combattimento contro il mondo e la mentalità mondana, che ci inganna, ci intontisce e ci rende mediocri, senza impegno e senza gioia. Nemmeno si riduce a una lotta contro la propria fragilità e le proprie inclinazioni (ognuno ha la sua: la pigrizia, la lussuria, l’invidia, le gelosie, e così via). È anche una lotta costante contro il diavolo, che è il principe del male”. (Gaudete et exsultate, 159) È una lotta, anzitutto, per la vittoria: il Cristo è risuscitato! È una lotta per l’unità di vita, che è l’opposto di ogni doppiezza. Il Papa ha ricordato, Domenica, che: “Così come dobbiamo prendere tutte le misure pratiche che il buon senso, le scienze e la società ci offrono, così non dobbiamo perdere di vista questa realtà e prendere le misure spirituali che lo stesso Signore ci insegna: umiliazione, accusa di noi stessi, preghiera, penitenza. È l’unico modo di vincere lo spirito del male. Così lo ha vinto Gesù”. Ai bambini insegniamo che “le bugie hanno le gambe corte”: nella menzogna non è possibile nessun cammino. La finzione ci intorpidisce in una sorta di appagamento passeggero ma, in realtà, assomiglia alle sabbie mobili: gradualmente ci schiavizza, ci blocca e ci fa sentire fermi ed incapaci di uscire da una situazione complicata. “La verità vi farà liberi” (Gv 8, 32): nella libertà si può camminare, gli uni accanto agli altri, gli uni incontro agli altri. La libertà ha bisogno della verità. Dunque lotta è contro ogni fantasma, ogni nascondimento: tanto più grave quando cercato, scelto. È pure lotta contro la mediocrità di chi cerca rifugio in fattori culturali o in imperdonabili paragoni verso situazioni peggiori: il male non è “meno male” solo perché qualcos’altro è “peggio”. Io non divento buono se dimostro la cattiveria degli altri. Io posso essere buono. E per essere buono non ho altra strada che l’essere vero. “Mundum cor est simplex cor” affermava Sant’Agostino: il cuore puro è un cuore semplice. Ovvero senza pieghe. Le pieghe del cuore sono utili a nascondere. Nessuna doppiezza: negli stili di vita come nelle parole; nessuna maschera, utile solo a quelli che cercano un ruolo, anziché una missione. Con Davide, domandiamo: “Donami un cuore semplice, che tema il tuo nome” (Sal 85, 11)

POSSO FIDARMI DI TE? LA SICUREZZA Il tema della Chiesa come “luogo sicuro” è ritornato spesso in questi giorni. Per noi italiani forse è più complesso affrontarlo, perché la stessa parola ritorna nei dibattiti sociopolitici con le forme dell’arroganza, con il linguaggio della paura, con l’uso strumentale dei problemi non in vista della loro soluzione ma per la creazione del consenso elettorale. È un grande rammarico ed è soprattutto un impoverimento dei nostri cervelli e dei nostri cuori. È una impostazione che confonde la giustizia con la vendetta, che è pure la tentazione nostra. Quando, da parroco, qualche ragazzo scavalcava il cancello dell’oratorio fuori orario ero tentato di pensare che ci fosse un problema di sicurezza. In questo senso, la reazione sembrava essere quella di “difendersi” maggiormente dagli altri. Ma sarebbe stato come alimentare la paura, anziché costruire una relazione positiva. Aprire più spesso l’oratorio fu il modo per far cessare quelle “incursioni” dettate più dalla noia che dalla cattiveria. Soprattutto, nel caso della protezione dei minori, ciò che ci minaccia – come abbiamo accennato – non viene però da “fuori” di noi. Dunque la sicurezza auspicata non si da per via difensiva, ma per un cammino di maturazione di ogni membro della comunità. Si devono condannare gli atti. Ma la forma della repressione è una soluzione solo nell’immediato efficace. Nella paura – come Caino – ci si nasconde. Serve un serio ed esigente percorso di maturazione, che riveli ciascuno a se stesso prima ancora che agli altri. Ed in questo abbiamo bisogno di sentirci tutti ingaggiati. Del resto, l’educazione non si fonda sulla sicurezza, ma sulla fiducia. Così una Chiesa sicura è anzitutto una Chiesa affidabile. Certo: la mia fiducia è pure la mia vulnerabilità, esposta al potere di un altro. Di questo ogni educatore deve essere consapevole. Emotivamente tutto ciò può sembrare persino affascinante; in profondità, non può che renderci santamente inquieti. Perché non possiamo, né potremo eludere una domanda: “Dov’è tuo fratello?” (Gen 4, 9) Una Chiesa sicura è, ancora una volta, una Chiesa libera. Libera perché vera. Libera da ogni forma di potere sugli altri. Libera perché capace di amare gratuitamente. È una esperienza che già viviamo e che possiamo potenziare, secondo le parole del Santo Padre: “Ringrazio, a nome di tutta la Chiesa, la stragrande maggioranza dei sacerdoti che non solo sono fedeli al loro celibato, ma si spendono in un ministero reso oggi ancora più difficile dagli scandali di pochi (ma sempre troppi) loro confratelli. E grazie anche ai fedeli che ben conoscono i loro bravi pastori e continuano a pregare per loro e a sostenerli”. Con Pietro vorremmo ripetere: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene” (Gv 21, 17)

In conclusione: cosa vorrei dire ad un’Acierrino? La fiducia dei piccoli è così bella da diventare, nelle parole di Gesù, esemplare: “A chi è come loro appartiene il regno di Dio”(Mc 10, 14) Essa è una grande responsabilità. E se, secondo il Vangelo, “i loro angeli nei cieli vedono sempre la faccia del Padre mio che è nei cieli” (Mt 18, 10) vorrei chiedere loro di pregare, di intercedere per noi preti. Perché non ci manchi l’amore per la verità, anche di noi stessi. Perché non ci manchi il coraggio della vergogna. Perché non venga meno la forza della lotta. Perché possiamo essere affidabili, perché liberi e liberi perché autentici. Così, insieme, sperimenteremo e proveremo a testimoniare la bellezza della Chiesa, che riflette la luce del suo Sposo. Così, secondo un “antico” e noto adagio: “Tutto ciò che – oggi – c’è di grigio, si colorerà”.

*Assistente ecclesiastico nazionale dell'Azione Cattolica dei Ragazzi (Acr)

Verso le elezioni: un’Unione da rilanciare, spazio di diritti, libertà e giustizia sociale

di Matteo Truffelli - «Tocca innanzitutto a noi, ai cittadini, rilanciare il progetto europeo, riscoprendo le ragioni del nostro stare insieme: quelle storiche, che sono ragioni di pace, di affermazione dei diritti, di arricchimento culturale, e non solo di benessere economico, e quelle che derivano dalle tante nuove sfide che abbiamo davanti. Tocca a noi credere fino in fondo all’importanza di continuare a camminare insieme per affrontare i nuovi tornanti che la storia ci pone davanti. Senza arretrare, senza rinunciare a fare del nostro continente uno spazio di promozione dei diritti, della libertà, della giustizia sociale. Non solo per noi, ma anche per gli altri continenti, a partire da quelli che si affacciano sul Mediterraneo»: così il Presidente nazionale dell’Ac, intervenendo dalle pagine di Agensir.it nel dibattito aperto sul futuro dell’Unione europea in vista delle elezioni per l’Europarlamento, il prossimo 26 maggio.

Un viaggio tra cambiamenti e opportunità del mondo del lavoro

di Luisa Alfarano e Michele Tridente* - «Fondata sul lavoro» è il seminario che si terrà a Roma dall’1 al 3 marzo 2019 con cui vogliamo approfondire e riflettere sul complesso binomio giovani-lavoro. Lo facciamo investendo sul valore aggiunto di mettersi insieme, Settore giovani, Gioc e Movimento Lavoratori di Ac perché crediamo nel valore di fondere esperienze e punti di vista diversi, che maturano nella vita dei territori che abitiamo. Il tema, non serve forse neanche sottolinearlo, è attualissimo e spesso viene affrontato in chiave pessimistica: scorrendo le pagine dei giornali emergono una disoccupazione giovanile che sfiora il 32 per cento, il fenomeno del precariato, il crescente spopolamento del mezzogiorno e l’emigrazione giovanile verso il nord Italia e verso l’estero. Sarebbe troppo facile assumere una chiave di lettura negativa: la sfida è quella di informarci e entrare dentro le questioni in tutte le loro sfaccettature per cercare delle strade di impegno possibile, come giovani e come realtà associative impegnate con e per i giovani. Il recente Sinodo "I giovani, la fede e il discernimento vocazionale" ha ricordato che «il lavoro costituisce una dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla terra» (Laborem exercens, 4) e che la sua mancanza è «umiliante per molti giovani» (Documento finale, 152). Passando al programma, venerdì 1 marzo pomeriggio è riservato agli arrivi e all'accoglienza. Sabato 2 marzo mattina, suor Alessandra Smerilli, economista e partecipante al sinodo in qualità di uditrice, ci aiuterà a riflettere su quali sono gli ostacoli che ci impediscono di vivere pienamente il lavoro in una prospettiva vocazionale per cercare di comprendere che esso infatti se da un lato contribuisce alla nostra realizzazione personale, dall’altro è il nostro contributo all’opera della creazione, per costruire un mondo più giusto e una società più fraterna. A seguire, con Sergio Gatti, direttore Federcasse e vicepresidente del Comitato delle Settimane sociali, Maurizio Sorcioni, direttore Knowledge di ANPAL Servizi, e Tiziano Treu, presidente del Cnel e già ministro del lavoro, approfondiremo l’attuale situazione del mondo del lavoro a livello nazionale e internazionale per cercare di avere una fotografia chiara e nello stesso tempo provare a intercettare i tanti cambiamenti che rendono complessa la realtà. Entreremo nel merito dei recenti provvedimenti legislativi e rifletteremo su quali sono le politiche attive del lavoro attualmente in essere (e quali potrebbero essere messe in campo), come anche su quale è l’impegno della Chiesa italiana per «favorire e accompagnare l’inserimento dei giovani in questo mondo, anche attraverso il sostegno di iniziative di imprenditoria giovanile» (Documento Finale, 152), come raccomandato dalla recente assemblea sinodale e ripartendo dalla riflessione della Settimane sociale di Cagliari. Cercheremo di mettere in luce come un giovane, oggi, si deve porre di fronte a un mondo pieno di complessità, situazioni sfavorevoli come anche opportunità nascoste. Sabato 2 marzo pomeriggio, attraverso dei workshop, entreremo dentro alcune delle sfide più importanti, l’innovazione e l’industria 4.0, la formazione e le opportunità fornite dall’internazionalizzazione, la conciliazione vita-lavoro, la creazione di opportunità di lavoro e di impresa, grazie al contributo di esperti e stimolando il discernimento attraverso il racconto di buone pratiche avviate. Infine, nella mattinata di domenica 3 marzo, vogliamo soffermarci sugli aspetti più pastorali per comprendere quali sono le strade per essere discepoli – missionari nel mondo e negli ambienti di lavoro. Lo faremo grazie all’aiuto di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i Problemi sociali e il lavoro della Cei, e il racconto di alcune esperienze concrete di pastorale d’ambiente. Siamo certi infatti che di fronte alle sfide del presente non c’è altra strada che un rinnovato impegno a servizio delle persone laddove concretamente vivono. Ci chiederemo dunque, con umiltà e senso critico, quale risposta noi, laici associati che scelgono di vivere il proprio impegno anche nel mondo del lavoro, possiamo essere, quale contributo possiamo portare, sgombri dal peso del passato, con i piedi ben saldi nel presente e con uno sguardo fiducioso al futuro. Fondata sul lavoro è nello stesso tempo occasione di formazione, riflessione e confronto per continuare ad essere giovani che investono sul presente, con la fiducia e gli strumenti necessari per costruire il proprio futuro.

*Vicepresidenti nazionali per il Settore giovani di Ac

Un mese fa, la GMG di Panama. Un canto di vita

di Tony Drazza* - «Que alegria cuando me dijeron…»: ancora oggi mi capita di canticchiare le parole del canto iniziale della Messa di chiusura della Gmg di Panama. Se avete tempo e voglia vi consiglio - se non l’avete già fatto - di andare su Youtube e ascoltarlo, e sentirete la grande allegria che si respirava quella mattina al Metro Park, il luogo della Messa finale. Come ogni incontro mondiale dei giovani, anche la Gmg di Panama porta nel mio cuore, e di tutti coloro che hanno partecipato, emozioni forti, pensieri, profondità che possono capirsi solo quando torni alla normalità. Allora per questo ho preso tempo prima di scrivere qualcosa. Mi sono concesso la lentezza di capire al di là di foto, video, racconti cosa fosse rimasto nella mia vita di prete e cosa è bene (lo dico con tanta delicatezza) custodire per vivere una vita con la stessa intensità di quei giorni. Quattro cose, dopo aver scandagliato il cuore e scovato le preziosità dell’esperienza, mi sento di condividere: la preparazione, il cammino, l’allegria e la gentilezza. Come ogni cosa bella che si rispetti è necessaria una preparazione accurata, quasi maniacale. Per fare un viaggio del genere, in un tempo per noi particolare - gennaio è tempo pieno di lavoro e studio -, è importante riuscire a liberare il cuore da tutte le cose che lo tengono occupato e preoccupato. È importante lasciare libero il cuore e capire perché hai scelto di fare il viaggio; perché hai deciso di piantare tutto e “spararti” un viaggio di 10mila Km in pieno tempo lavorativo. Sono domande che rimangono nel cuore ed è necessario ora con un po’ di tranquillità poter rispondere. Per la profondità non basta rispondere più: “perché mi andava” o “perché sono riuscito a chiedere le ferie o a sistemare i corsi all’università”, non bastano più queste risposte, che sono vere ma anche superficiali (e scusami se mi permetto). Ognuno di noi dovrebbe riuscire a cogliere dentro le nostre scelte, dentro la nostra preparazione, nelle nostre organizzazioni che c’è qualcosa in più che spesso dimentichiamo di considerare: io, tu siamo arrivati a Panama perché, oltre la nostra organizzazione, Dio ci ha voluti lì. Siamo arrivati a Panama non perché abbiamo organizzato tutto, ma perché qualcuno ha smosso qualcosa di forte nel cuore. Siamo stati alla Gmg perché Dio doveva parlare al nostro cuore, al mio di prete e al tuo di giovane. Ed è qui che si scopre la grandezza del viaggio, altrimenti resta solo una bellissima vacanza. La prima risposta a questa chiamata è il cammino. Spesso le nostre risposte sono fatte di cammini, di passi qualche volta incerti e altre volte più sicuri, ma sempre per primi si muovono i passi e poi le parole. È bellissimo pensare che ogni nostro cammino cominci con i passi e non con un discorso. E in questo caso il cammino era davvero lungo, quasi dall’altra parte del mondo. Abbiamo tutti camminato tra le strade di Panama, calde e assolate, abbiamo spesso alzato gli occhi per ammirare i grattacieli e anche abbassato lo sguardo per accarezzare le baraccopoli (distonie delle grandi città). La chiesa in uscita che papa Francesco porta nel cuore e fatta di cammini, di passi, di incontri nei luoghi più lontani. Essere l’”adesso di Dio” passa dalla nostra capacità di metterci in cammino, di non avere paura di raggiungere ogni uomo, nel suo posto di vita, può essere l’ultimo piano del grattacielo come l’ultima baracca in una via buia di Panama. Siamo chiamati ancora a scoprire l’allegria. Dovremmo forse avere il coraggio di fare una rivoluzione dell’allegria. In quei giorni della Gmg abbiamo visto la gente allegra, sempre con il sorriso sulle labbra, molto disponibili ad accogliere l’onda umana che in quei giorni ha “stravolto” la città. Mi rimane nel cuore la messa celebrata, la prima. quella della domenica del mio arrivo nella parrocchia che poi avrebbe ospitato tutti i pellegrini italiani. Ho visto moltissime persone celebrare con allegria, con il cuore trasportato dalla bellezza del momento, con il desiderio sul volto di fare festa con la persona vicina. L’allegria non è, sono certo, il far finta di niente rispetto ai problemi della vita, l’allegria mi sembra un modo di guardare alla vita, anche se segnata dalla sofferenza, con qualche speranza. Per finire vorrei riuscire a descrivere la gentilezza del popolo panameňo. La gentilezza, il tono di voce sommesso, il “mucho calor” ogni volta che dicevamo grazie, mi ha portato il cuore a livelli di guardia. Tutta la nostra vita, la nostra capacità di annuncio del Vangelo, ne sono certo, parte dalla gentilezza e non dalla forza o dalla capacità. Il Vangelo ha bisogno di essere annunciato con gentilezza, sottovoce perché solo così il cuore diventa accogliente. Hasta maňana Panama e grazie per la tua gentilezza!

*Assistente centrale per il Settore giovani di Azione cattolica

Pubblicato «Segno nel mondo» n.1-2019

di Gianni di Santo* - Europa. Fortemente Europa. Il primo numero di Segno nel mondo per il nuovo anno scava a fondo, in attesa delle prossime elezioni politiche europee (26 maggio), su cosa oggi significhi oggi essere Europa. Un dossier corposo, dunque. Il giornalista e politologo francese Bernard Guetta ripercorre, nell’intervista di apertura, alcuni passaggi della storia dell’integrazione comunitaria, segnalando i nodi da sciogliere in una fase in cui l’Ue appare “affaticata” eppure sempre più necessaria. Ma da dove ripartire? Per Angiolo Boncompagni, il rilancio richiede «nuove forme di umanesimo capaci di superare nei fatti l’individualismo degli ultimi decenni». E mentre gli “euroconsapevoli” forniscono le loro ragioni, gli “euroscettici” tentano la marcia su Bruxelles. Intanto, in vista delle elezioni dell’Europarlamento, ci sono giovani che si stanno appassionando all’evento anche grazie alla campagna #stavoltavoto. E sono ancora alcuni giovani di Ac a spiegarci come e perché l’esperienza in un altro paese del continente sia un’occasione di crescita e di dialogo tra persone ormai non più tanto lontane. Oltre l’Europa, la rivista apre con un editoriale, a forma del vicepresidente nazionale per il settore Giovani, Michele Tridente, in vista del convegno delle Presidenze diocesane (Chianciano Terme, 3-5 maggio) nel quale «ci interrogheremo su come rispondere a quella tristezza individualista che sembra caratterizzare il nostro tempo, recuperando il valore e il significato di sentirsi popolo e prendersi cura, assieme a tutti gli uomini di buona volontà, dei problemi e delle sfide dei nostri territori e delle nostre comunità». E poi l’attualità attraverso le sette note (Sanremo è appena finito…). Renato Marengo, storico produttore discografico, fa una carrellata sui favolosi anni Sessanta che hanno cambiato la musica nel mondo: dai Beatles a nuovi artisti, passando per Battisti e Battiato fino a Ermel Meta e Fabrizio Moro. Con una postilla in stile associativo: pare che Sanremo sia una vetrina social anche per i giovani di Ac. Quindi la cultura, con un’intervista dedicata al pittore Ennio Calabria, tra volti, metafisica e un Dio che si incontra lungo le pennellate dei suoi dipinti. Per la rubrica Il primato della vita, proseguendo il percorso di spiritualità laicale attraverso i luoghi biblici, Luca Alici ci parla di Gerusalemme. Chi ha visitato la capitale della Terra Santa ci ha lasciato il cuore, per quello che è ed è stata, per ciò che rappresenta e ciò che la ferisce. Ma cosa ha ancora da dirci la città santa di “allora” e quella di un “domani senza tramonto”, la Gerusalemme della scrittura e quella dell’eternità? Perché credere, la rubrica che offre ai lettori un percorso biblico sulla preghiera, questa volta è affidata a Mario Diana, assistente nazionale per il Msac. Tre sono i luoghi dell’esistenza quotidiana che possono generare e custodire la preghiera: la casa, la chiesa, il cantiere. Sapendo che è il nostro cuore il centro dell’ascolto con Dio. Oltre la versione cartacea, è sempre possibile seguire gli aggiornamenti della rivista e scaricare il nuovo numero attraverso la piattaforma digitale, segnoweb.azionecattolica.it e l’app Segno nel mondo disponibile per i dispositivi Android e Ios. Spazio anche sui social, con l’account Facebook di Segno nel mondo.

*Redazione del trimestrale Segno nel Mondo

 

Il racconto della giornata Ac in Campania

di Mafalda Maciariello* - Domenica 17 febbraio 2019, nella diocesi di Amalfi-Cava, presso il convento di S. Francesco a Cava, la presidenza nazionale ha incontrato i consigli delle ventuno diocesi aderenti all’Azione Cattolica della Campania. Circa 300 persone felici di trascorrere, ancora una volta, una domenica tra “amici che si vogliono bene”. Durante la celebrazione eucaristica con cui ha avuto inizio la giornata, il vescovo Orazio Soricelli, ordinario del luogo, ha voluto incoraggiarci a perseverare nel nostro servizio e ringraziarci con un’esortazione: «Carissima Azione Cattolica, grazie di esistere e di resistere». Il titolo del consiglio “Tutti i santi giorni – Missionarietà e ordinarietà nella vita dell’Ac” ha evidenziato la necessità di riflettere insieme su alcune priorità della formazione e del servizio. Il racconto di alcune esperienze delle associazioni diocesane della Campania ha pertanto avuto come filo conduttore la ferialità - tutti i santi giorni (!) - dell’esperienza di Ac, portatrice di fatiche ma soprattutto della gioia, che siamo chiamati a condividere e trasmettere. In filigrana, nei racconti, si è potuto intravedere il magistero di Papa Francesco, in particolare la Laudato si’; le testimonianze infatti hanno riguardato la cura del fratello fragile, del territorio ferito, della cultura. Ne è emerso che l’Azione Cattolica in Campania esercita la missione nella formazione, nella lettura attenta, realistica e profetica dei luoghi e dei tempi, nel servizio alla persona. Spesso realizzata oltre i confini regionali e nazionali, essa profuma di gratuità, di responsabilità, di profezia declinate tenendo ferme le scelte di fondo e le tradizioni della vita associativa. Tra i punti fermi resta quindi l’attenzione a realizzare una formazione organizzata secondo itinerari capaci di fornire strumenti utili a leggere la vita che si svolge nel territorio regionale. Il racconto delle esperienze ha consolidato delle certezze: il fatto che l’impegno missionario restituisce sempre in termini di gioia; che è urgente animare cristianamente la cultura poiché “ci fa rimanere umani”; che il dono più prezioso che ciascuno di noi può dare è il tempo; che i percorsi formativi hanno una carica di trasferibilità in ambienti ulteriori rispetto alla parrocchia; che, infine, la cura del creato necessita del consolidamento di alleanze con altre realtà associative e chiese locali. La richiesta di esperienze da parte della delegazione regionale di Ac alle diocesi ha prodotto da un lato imbarazzo nella scelta e dall’altro la consapevolezza della ricchezza e creatività di quanto le nostre associazioni realizzino quotidianamente. Al racconto è seguito il momento delle FAQ (frequently associative questions!) poste dai consigli diocesani agli undici membri presenti della presidenza nazionale. Le domande hanno riguardato diverse tematiche, dall’impegno in politica ad aspetti strettamente connessi alla vita associativa, e hanno evidenziato l’importanza di offrire occasioni di franco e costruttivo dialogo tra i diversi livelli associativi. Il pomeriggio, infine, ci ha visti impegnati divisi nei settori, nell’articolazione dell’Acr, nel Mlac e nel comitato presidenti, in cui è continuato il confronto con gli amici della presidenza nazionale. Matteo Truffelli, in un passaggio del confronto con i presidenti diocesani ha sottolineato l’importanza di non lasciare sole le persone che accettano una responsabilità associativa, ma di assicurare una rete di corresponsabilità, e di far emergere dal proprio servizio reso come responsabili che il servizio rende più bella la propria esistenza.

*Delegata regionale Ac Campania

Il discorso di Papa Francesco alla Fao. Per uno sviluppo a servizio dei poveri

Importante discorso di Francesco alla sede centrale della Fao (l'Organizzazione Onu per l’alimentazione e l’agricoltura) a Roma, in occasione della cerimonia di apertura della 42a sessione del Consiglio dei Governatori dell’Ifad (il Fondo internazionale per lo sviluppo agricolo). Insieme al Pam (il Programma alimentare mondiale), queste organizzazioni con sedi in Italia sono impegnate a livello mondiale per sconfiggere la fame e la malnutrizione in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030 dell’Onu. Dopo quelli del 2014 e del 2017, è stato il terzo discorso di Bergoglio alla Fao, a dimostrazione dell’attenzione costante di questo pontefice verso tematiche importanti come la sicurezza alimentare, in relazione allo sviluppo sostenibile e la povertà di chi si trova ai margini della società a causa dell’aumento dalle disuguaglianze. Il tema della conferenza di ieri riguardava in particolare le innovazioni e le iniziative imprenditoriali nelle zone rurali, le quali sono da sempre al centro delle attività dell’Ifad che è oggi presente in 181 Paesi del mondo. Papa Francesco ha ricordato come in realtà già nel dicembre del 1964 Paolo VI avesse auspicato la creazione di un fondo per combattere la miseria (sottraendo investimenti alla fornitura d’armi), fino alla nascita dell’Ifad nel 1977. Papa Bergoglio si è rivolto ai vari rappresentanti delle organizzazioni internazionali incoraggiando di guardare il volto delle persone che vivono in situazioni di indigenza senza arrossire, perché «il loro grido di bisogno è stato ascoltato». Secondo il Papa la fame e la miseria possono essere sconfitte se le responsabilità vengono realmente assunte e non passate da un attore all’altro. Ha poi aggiunto che la lotta contro la fame non deve essere solo uno slogan, ma un impegno serio e concreto che ha per scopo quello di lasciarsi il problema della malnutrizione alle spalle: «La comunità internazionale, che ha elaborato l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, deve compiere ulteriori passi per il conseguimento reale dei 17 obiettivi che la compongono. A tale proposito, l’apporto dell’Ifad risulta imprescindibile per poter conseguire i primi due obiettivi dell’agenda, quelli riferiti allo sradicamento della povertà, alla lotta contro la fame e alla promozione della sovranità alimentare». Nel suo discorso Papa Francesco ha sottolineato la centralità delle comunità locali nello sviluppo agricolo. «È un paradosso che buona parte degli 820 milioni di persone che soffrono per la malnutrizione siano contadini delle aree rurali che si dedicano alla produzione di alimenti». In più «lo sviluppo locale ha valore in se stesso, non per altri obiettivi». L’innovazione deve avere come fine l’ampliamento delle proprie capacità per ogni persona e ogni comunità «per una vita umana degna di questo nome». Per quanto riguarda le modalità di assistenza, il pontefice ha dichiarato che gli interventi per chi vive nelle zone rurali non devono essere imposti dall’alto in modo da creare dipendenza dagli aiuti, ma devono mettere al centro la persona umana, devono essere realizzati con e per le comunità rurali: «Occorrerebbe dare protagonismo diretto a quanti sono colpiti dall’indigenza, senza considerarli meri recettori di un aiuto che può finire col generare dipendenze. E quando un popolo si abitua a dipendere, non si sviluppa. Si tratta di affermare sempre la centralità della persona umana, ricordando che «i nuovi processi in gestazione non possono sempre essere integrati entro modelli stabiliti dall’esterno ma provenienti dalla stessa cultura locale» (Lettera enciclica Laudato si’, n. 144), che è sempre originale. «I nuovi processi di sviluppo non sempre possono essere incorporati in sistemi impartiti da fuori ma partire dalle popolazioni locali». Allo stesso tempo gli interventi non possono essere isolati, occasionali o effimeri. Sfide così complesse possono essere risolte se trattate non come emergenze ma mettendo insieme gli sforzi e ponendo le società rurali come protagoniste dello sviluppo. L’Ifad stesso ha ottenuto i migliori risultati con il decentramento, basandosi sulle evidenti necessità delle persone che vivono in situazioni di indigenza, valorizzando la cooperazione Sud-Sud e diversificando i sistemi di finanziamento. Papa Bergoglio ha incoraggiato tutti gli attori sia pubblici che privati a continuare su «questo cammino che è umile, ma giusto», e successivamente si è riferito allo sviluppo definendolo “scienza con coscienza”: «Bisogna puntare sull’innovazione, sulla capacità imprenditoriale, sul protagonismo degli attori locali e sull’efficienza dei processi produttivi, per ottenere la trasformazione rurale, al fine di sradicare la denutrizione e sviluppare in modo sostenibile l’ambito agricolo. E in questo contesto è necessario promuovere una “scienza con coscienza” e mettere la tecnologia realmente al servizio dei poveri. Del resto, le nuove tecnologie non devono contrapporsi alle culture locali e alle conoscenze tradizionali, ma integrarle e agire in sinergia con esse». Francesco ha infine concluso il proprio discorso con parole forti, affermando che le azioni intraprese devono essere a «beneficio degli scartati in questa cultura dello scarto», dove molte persone sono «vittime dell’indifferenza e dell’egoismo»; la sconfitta totale della fame allora sarà «vendemmia di giustizia e prosperità».

Al via il percorso del III Forum di Etica Civile. Verso un patto tra generazioni

A Firenze, il 16-17 novembre 2019 si terrà il III Forum di Etica Civile dal titolo “Verso un patto tra generazioni: un presente giusto per tutti”. A promuoverlo un’ampia rete di soggetti - tra cui i giovani di Azione Cattolica e Istituto di Diritto Internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”-, allargata rispetto alle prime due edizioni, per meglio dialogare attraverso le generazioni. Davvero il rapporto tra le generazioni è sfida centrale per la vita assieme, imprescindibile per un’etica civile, essenziale in questa fase storica. Come far interagire in modo fecondo lo sguardo al futuro dei giovani e l’esperienza di chi ha vissuto una storia più lunga? Come disegnare un futuro in cui ogni generazione possa partecipare alla vita sociale, politica, economica? Come costruire un patto rinnovato, raccogliendo esigenze diverse in orizzonte condiviso? Attorno a queste domande ruoterà il Forum fiorentino, che attingerà alle tante esperienze che operano in tale ambito ed alle idee che possono condurci in tale direzione. A prepararlo i percorsi tematici che si terranno in diversi contesti locali e dei quali darà conto il sito del Forum. Il metodo sarà attento al confronto tra generazioni diverse, per valorizzare una pluralità di voci e far emergere istanze differenti. Lo stile sarà quello del dialogo civile, curioso e rispettoso dei percorsi altrui, pronto a valorizzarne la pluralità come ricchezza, per acquisire nuovi strumenti di lettura della realtà circostante e agire per una convivenza civile e generativa. Un invito particolare a partecipare all’evento ed ai percorsi preparatori va a chi ha seguito l’esperienza dei Forum precedenti e/o ha sottoscritto il Patto proposto dal Forum milanese del 2017. Un invito anche ad offrire contributi (testi, audio, video), inviandoli – nel formato preferito – a forumdieticacivile@gmail.com. Speriamo in un nuovo cammino di ricerca condiviso, tra soggetti diversi, tra generazioni diverse, tra realtà geografiche e culturali diverse. Lo esige il futuro che vogliamo, ispirato dalla visione di una civitas accogliente e pronta a valorizzare per esso una pluralità di contributi.

Per informazioni: forumdieticacivile@gmail.com www.forumeticacivile.com

I soggetti promotori Azione Cattolica giovani, Aggiornamenti Sociali, Centro “Bruno Longo”, Istituto di Diritto Internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”, Centro Internazionale per Studenti Stranieri “Giorgio La Pira”, Associazione Cercasi un Fine, Fondazione Lanza, FOCSIV, FUCI, Il Regno, Incontri, Istituto di Formazione Politica “Pedro Arrupe”, Lega Missionaria Studenti, Movimento dei Focolari, Movimento Eucaristico Giovanile (Progetto Umbertata), Opera Giorgio La Pira.