Azione Cattolica Italiana

don Mario Diana

La Conferenza Episcopale Italiana dona oggi all’associazione la gioia di accogliere don Mario Diana come nuovo Assistente nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica. Grati ai nostri Vescovi per la sua nomina, siamo felici di poter contare sulla presenza di un nuovo Assistente nazionale! Auguriamo a don Mario che l’Ac possa essere un’esperienza di fraternità e di amore per la Chiesa, certi che la sua presenza aiuterà gli studenti di Ac e tutta l’associazione a proseguire con fiducia nel servizio. A don Michele Pace, che ha camminato con noi in questi anni, rivolgiamo un profondo ringraziamento per la cura, la generosità, l’amicizia, la passione e l’impegno con cui ha vissuto il suo incarico. Grazie don Michele e benvenuto don Mario!

Don Mario Diana è nato il 28 Luglio 1986 a Bari e risiede sin da piccolo a Bitritto (Ba). Ha frequentato il Liceo Scientifico “E. Amaldi” in Bitetto (Ba) dove nel 2005 ha conseguito la maturità. Dopo il Liceo ha vissuto l’esperienza dell’Anno Propedeutico e nel settembre del 2006 ha iniziato la sua formazione al presbiterato presso il Pontificio Seminario Regionale di Molfetta “Pio XI”. Ordinato diacono l’8 Dicembre 2011 e sacerdote il 6 Luglio 2012. Da Settembre 2011 ad oggi è stato vicario parrocchiale presso la Parrocchia “San Nicola” in Mola di Bari. Da Novembre 2013 è assistente diocesano del MSAC e vice assistente del Settore Giovani dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto. Dal 2015 ha fatto parte della commissione testi dei giovanissimi. È iscritto alla Licenza in Antropologia Teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese.

Il saluto di don Mario Diana

“Fissatolo, lo amò” Questo versetto del Vangelo di Marco ha accompagnato tutto il mio discernimento vocazionale, ha illuminato i giorni di dubbio e ha rafforzato le scelte più grandi. Anche in questi giorni di passaggio la vicenda del giovane ricco ha riempito di senso questa chiamata inaspettata e grande al servizio di una bella porzione di Chiesa. Il Signore, attraverso lo sguardo del mio Arcivescovo, mi ha mostrato il suo Amore e la sua chiamata ad un progetto bello di servizio alla Chiesa. Inizio questa nuova esperienza di servizio all’Azione Cattolica Italiana con il cuore carico di gratitudine per gli sguardi di persone che in questi anni mi hanno fatto sperimentare la bellezza della Chiesa. In particolare porto con me la comunità parrocchiale “San Nicola” in Mola di Bari dove ho mosso i miei primi passi come sacerdote e dove ho conosciuto e imparato ad amare l’AC nella sua semplicità e nella sua ordinarietà. Continuo a gioire e ringraziare il Signore per la bella associazione diocesana di Bari-Bitonto, per i giovani e il Movimento Studenti in particolare, che mi hanno dato la possibilità di servire la chiesa in compagnia di tanti amici che hanno arricchito e custodito la mia vita e il mio ministero. Muovo i miei primi passi con tanta curiosità di conoscere e condividere belle pagine di chiesa con la presidenza nazionale, con i confratelli assistenti e, in particolare, con la segreteria e l’equipe nazionale del Movimento Studenti e con gli amici del Settore Giovani.  A tutti e a ciascuno sento di rivolgere la mia gratitudine! Un saluto particolare sento di rivolgerlo ai giovanissimi, studenti e studentesse, di tutta Italia che non si stancano di mettere l’Azione Cattolica in movimento! Il Beato Pier Giorgio Frassati, il Beato Paolo VI e don Lorenzo Milani continuino ad illuminare il cammino della nostra associazione e a risvegliare una vera e grande passione cattolica.

 

 

 

 

 

Roma,  27 settembre 2018

Un commento al Messaggio di Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2018

di Ivan Maffeis* - Forse da ragazzi un po’ tutti, come il trovatello de La luna e i falò di Cesare Pavese, ci siamo ritrovati a chiudere gli occhi per provare se, riaprendoli, la collina fosse scomparsa, lasciando intravedere un paese migliore. Al desiderio di «andare più lontano», la cultura digitale ha dato un contributo decisivo. L’individuo ha davvero “scollinato”, ha trovato l’America, un mondo seducente di immagini, news e commenti, che consente di trasferire sulla pubblica piazza anche i momenti più personali. L’ebbrezza della velocità, in macchina come nella vita, presenta rischi pesanti. Si può arrivare a pensare che tutti i contenuti siano uguali, che tra rappresentazione e realtà non corra chissà quale distinzione, che le proprie credenze contino più dei fatti e che, comunque, ci si possa sottrarre a tutto ciò che è dissonante. Su questo sfondo si rafforzano facilmente pregiudizi e stereotipi, sospetti e chiusure. Diventa difficile anche riconoscere le fake news, le informazioni infondate, «basate su dati inesistenti o distorti», eppure così plausibili ed efficaci nella loro capacità di presa e tenuta. Ha ragione chi sottolinea come il fenomeno non sia nuovo. In realtà, a renderlo preoccupante oggi è il numero di contatti che raggiunge in maniera tempestiva e poco arginabile. Se i social non possono essere considerati la causa principale delle fake news, like e condivisioni ne facilitano la propagazione, secondo un dinamismo che dei contenuti premia più la visibilità della loro stessa veridicità. Al riguardo, nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Papa Francesco denuncia «la logica del serpente», che arriva a offuscare «l’interiorità della persona» e a rubarle «la libertà del cuore». Perfino un’argomentazione impeccabile, «se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità». A quel punto, a che serve? «Ero tornato, avevo fatto fortuna, ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più – riconosce il protagonista del romanzo di Pavese al suo ritorno dall’America –. Quello che restava era come una piazza l’indomani della fiera…». Non che tale esito sia ineluttabile. Anzi, Francesco – e con lui tutto il magistero ecclesiale – è portatore di uno sguardo fiducioso nelle capacità dell’uomo di «raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi». Si tratta di «riscoprire il valore della professione», dove il giornalista è «il custode delle notizie», al cui centro «non ci sono la velocità nel darle e l’impatto sull’audience, ma le persone». Un «giornalismo di pace», attento a comprendersi a servizio di quanti «non hanno voce» e a porsi alla «ricerca delle cause reali dei conflitti». D’altra parte – visto che, oltre che fruitori, tutti siamo diventati produttori – il Papa sottolinea «la responsabilità di ciascuno nella comunicazione della verità»; responsabilità che chiede di educarsi ed educare al discernimento, alla verifica, all’approfondimento. Del resto, nel suo rapporto con la realtà, la verità rimane un’esigenza insopprimibile, che non si risolve in una «realtà concettuale» e nemmeno nel «portare alla luce cose oscure». Verità è «ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere», spiega Francesco, che aggiunge: «L’uomo scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama». Pavese direbbe: «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante e nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». In ultima analisi, sottolinea ancora il Messaggio, «l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente». L’esperienza della comunità ecclesiale ne riconosce il volto in Gesù Cristo, verità ultima e piena dell’uomo. È questo fondamento che ci sta a cuore, anche nella comunicazione. È per questo che si torna. È per questo che – come il protagonista de La luna e i falò –  non si smette di cercare: «Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri di più che un comune giro di stagione».

*Sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali. Per approfondire, consultare il sito dedicato al Messaggio

 

Nel corso dei lavori della sua sessione invernale, il Consiglio Episcopale Permanente della Cei ha provveduto alla nomina del professor Gaetano Pugliese a nuovo Presidente nazionale del Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica (Mieac). A lui l’augurio di buon lavoro della Presidenza nazionale e di tutta l’associazione nella consapevolezza della centralità della cura educativa, che da un lato esprime il desiderio di rafforzare ciò che ci è più caro, la formazione delle coscienze, e dall’altro rappresenta l’impegno a trovare risposte nuove e profetiche alle domande del presente. Un grazie riconoscente alla professoressa Elisabetta Brugè per i suoi anni di servizio generoso e competente alla guida Mieac.

L’appello del Forum delle Famiglie alla politica

Il nostro Paese sta vivendo l’inverno demografico più difficile della sua storia. Da circa quarant’anni i tassi di fecondità sono molto bassi: meno di due figli per donna, ossia inferiori a quanto necessario per garantire il semplice ricambio tra le generazioni. Oggi siamo ad un 1,34 figli per donna. Solo il continuo aumento dell’aspettativa di vita e l’immigrazione hanno parzialmente arginato il problema. Ma il calo della popolazione sta diventando sempre più evidente ed insostenibile. Un dato, soprattutto, induce a riflettere: è molto marginale la quota di persone che dichiara di non volere figli. È attestata invece oltre il 40% un’ampia parte di popolazione che desidererebbe due o più figli, e che però non ha i mezzi per andare oltre il primo. Nella consueta indagine condotta dall’O.N.F. (Osservatorio Nazionale Federconsumatori) sui costi necessari al mantenimento di un figlio, emerge che per mantenere un bambino nei primi 12 mesi le famiglie italiane devono sostenere un costo che varia da un minimo di 7.072,90 € ad un massimo di 15.140,76 €,con un aumento medio dell’1,1% rispetto al 2016. Ad una famiglia con un reddito medio di 34mila € netti all’anno, portare un figlio dagli 0 ai 18 anni costa quasi 170mila €. Una famiglia con reddito più basso può arrivare a spendere 113mila € mentre, se il reddito raddoppia, può spendere anche 270mila € a figlio in 18 anni.

Il contesto attuale, insomma, sembra non scommettere più sulle famiglie ed i giovani. La triste sensazione è che l’Italia abbia smesso di credere nel proprio futuro. Sono 5,5 milioni le donne tra i 18 e i 49 anni che rinunciano ad essere madre (una donne fertile su due) perché essere madri e lavoratrici in Italia è ancora troppo difficile. Parallelamente il 71 per cento delle donne tra i 20 e i 34 anni mira ancora ad avere almeno due figli e soltanto il 7 per cento è disposto a rassegnarsi a non averne. Si aggiunga ancora che nel 2016, secondo l’Ispettorato del lavoro, su dieci donne che hanno dato le dimissioni dal loro posto di lavoro otto erano mamme e una buona parte di queste spiegava la scelta con la difficoltà di «gestire insieme figli e lavoro».

Gli effetti della denatalità, di cui ancora facciamo fatica ad essere pienamente consapevoli, sono già dirompenti. Come mantenere il PIL, e il rapporto con il debito, con una popolazione in costante diminuzione?  Come affrontare la crescente spesa sanitaria e pensionistica? Come sostenere i costi, anche sociali, di una popolazione sempre più anziana? Già oggi, da diversi punti di vista, vediamo i primi effetti nefasti di tutto questo. Siamo un popolo incurvato su se stesso, stanco, che ha smesso di sperare.

Per anni la politica ha considerato la natalità un tabù. Il tema tocca infatti argomenti apparentemente divisivi: maternità, famiglia, immigrazione. Ma è arrivato il momento di non guardare più alla prospettiva di parte o agli interessi elettorali. In ballo c’è il destino di una nazione. Su questo punto è indispensabile accantonare tutte le controversie ideologiche. I bambini devono essere considerati un Bene Comune perché rappresentano il futuro di tutti noi.

Sono indispensabili interventi decisi per invertire una tendenza che ci sta portando verso un domani senza prospettive. Tali interventi devono essere universali, coerenti e garantiti nella loro esistenza e durata, e non semplici aiuti occasionali. È necessaria una politica di lungo periodo che veda in questo punto un investimento irrinunciabile: serie e strutturali politiche economiche e fiscali a favore delle famiglie, sostegni concreti alla natalità, uniti alla promozione di una più ampia cultura dell’accoglienza dei bambini, così come un ampio programma di consolidamento del lavoro femminile, con soluzioni di conciliazione del tempo del lavoro con quello della famiglia, anche attraverso servizi adeguati e a basso costo. Si tratta di scelte non più rinviabili. Per troppo tempo la politica si è limitata a fingere di intervenire, commentando di volta in volta gli allarmanti dati Istat senza, tuttavia, trasformare quelle analisi in azioni concrete, se non con misure rare ed estemporanee.

Per questo il Forum delle Famiglie chiede ai Partiti e alle Liste in corsa per la prossima tornata elettorale, di considerare il tema della natalità e delle politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi. I nodi sono arrivati al pettine e la situazione non è più rinviabile. È possibile – e anzi è un bene – che vi siano visioni differenti sui tanti temi del dibattito politico. Ma su questo punto, ve lo chiediamo con forza, appellandoci al vostro senso di responsabilità, è necessaria un’unità di intenti: occorre remare tutti nella stessa direzione per invertire la rotta. Si tratta di un segnale decisivo per ridare speranza all’Italia. Ne va del futuro del nostro bellissimo e amatissimo paese.

 

 

Progetto di solidarietà e sussidio del Mese della Pace per l’anno 2018

Come ci invita a fare Papa Francesco nel Messaggio per la LI Giornata Mondiale della Pace, come veri e propri fotografi, siamo chiamati a mettere a fuoco tutte quelle realtà del mondo spesso dimenticate, a partire dai rifugiati e dai migranti in cerca di un domani migliore. In quest’ottica, ecco il progetto di solidarietà 2018 dell’Azione Cattolica che incontra la realtà di Terre des Hommes, impegnate nella difesa dei diritti dei bambini e nella promozione di uno sviluppo equo, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa, politica, culturale o di genere. Assieme a Terre des Hommes vogliamo metterci accanto ai piccoli rifugiati (in particolare a oltre 200 bambini con disabilità fisiche e/o mentali) nel territorio di Erbil in Iraq, per migliorare le loro condizioni di vita e quelle delle loro famiglie offrendo supporto psicologico e un servizio di fisioterapia a domicilio. Come? Attraverso l’acquisto del gadget realizzato per l’occasione - una cornice magnetica - possiamo dare continuità a questo sogno nostro e di Terre des Hommes, e soprattutto a quello di quanti fuggono dalla guerra alla ricerca di un futuro di pace. - Modulo ordine Pace 2018 - Booklet Pace 2018 - Sussidio Pace 2018

I 70 anni della Costituzione repubblicana

di Gian Candido De Martin* - Dal 1° gennaio 1948 abbiamo una Carta costituzionale, patto fondativo della convivenza civile: la democrazia si è fatta Costituzione, dopo 18 mesi di lavoro serrato dell’Assemblea costituente, eletta il 2 giugno 1946 contemporaneamente alla scelta referendaria per la forma repubblicana. Un lavoro serio, svolto soprattutto nell’ambito della commissione dei 75, in cui si sono confrontate culture politiche assai diverse (cattolica, liberale, socialista, anche marxista), che alla fine hanno però saputo trovare una sintesi utile, tradotta in 139 articoli, di cui i primi 12 di principi fondamentali e gli altri suddivisi tra la parte I sui diritti e doveri dei cittadini e la parte II dedicata all’ordinamento della Repubblica. Un esempio di collaborazione certo non semplice, oggi difficilmente replicabile, allora animata da alcuni obiettivi e valori di fondo condivisi, frutto di un costituzionalismo non nazionalista, ma aperto alla collaborazione internazionale e in nuce anche all’integrazione europea.

Così si è arrivati a codificare in norme scritte con una lucida chiarezza, senza ambiguità, alcuni caposaldi destinati a valere nel tempo, per dare senso e solidità alla democrazia ritrovata dopo la parentesi fascista: il valore della libertà e dei diritti inviolabili, nel rispetto del pluralismo delle convinzioni personali politiche e religiose, così come dell’eguaglianza sostanziale, intesa come pari opportunità e giustizia sociale da perseguire per consentire a tutti i cittadini lo sviluppo della propria personalità e la partecipazione effettiva alla vita del Paese, in una prospettiva in cui ha una centralità sia la promozione di un lavoro non disgiunto dalla dignità umana sia il ruolo delle autonomie territoriali e sociali. Un quadro avanzato di principi, non a caso fatto proprio da varie altre Costituzioni coeve o successive in Europa e in altri continenti. Si può aggiungere che hanno certamente pesato nell’elaborazione della Carta alcuni significativi apporti di costituenti di matrice cattolica di grande qualità, i quali hanno contribuito  tra l’altro a radicare e valorizzare principi di grande portata, come quelli di solidarietà e di sussidiarietà, espressi con grande forza dal magistero sociale della Chiesa.

Oggi, a 70 anni di distanza, ci si può chiedere se la Costituzione sia (ancora) giovane o vecchia. E la risposta sembra in fondo agevole, considerando sia la tenuta sostanziale della prima parte, la quale semmai richiede un costante impegno per esplorarne potenzialità finora inesplorate (ad esempio, in tema di funzione sociale della proprietà in rapporto alle esigenze di tutela ambientale oppure nella regolazione del ruolo di partiti e sindacati), sia la validità, tutto sommato, anche della parte sull’organizzazione dei pubblici poteri, che ha fin qui garantito una corretta vita democratica del sistema, anche nel dibattito su eventuali modifiche (come si è visto in occasione delle proposte dei governi Berlusconi e Renzi, poi bocciate a larga maggioranza dagli elettori). Certo talora datata, anche nel linguaggio (es. si parla di paesaggio, che oggi si chiama ambiente), ma non superata, anzi da difendere rispetto a taluni tentativi - spesso superficiali ma non per questo meno pericolosi - di scorciatoie riformatrici che rischiano di minarne principi ed assi portanti.

Piuttosto si può sostenere che la Costituzione abbia bisogno di una opportuna manutenzione, con interventi di aggiornamento mirati su singoli punti, come d’altronde è avvenuto molte volte in questi primi sette decenni di vigenza: sono oltre una ventina le modifiche apportate in questo arco di tempo, la maggiore delle quali riguarda il tentativo di valorizzazione delle autonomie regionali e locali - in base al fondamentale principio autonomistico sancito nell’art. 5 - allorché si è rivisto organicamente il titolo V della parte II nel 2001. In verità, questo disegno di potenziamento a vario titolo di comuni, province e regioni è restato finora senza un seguito effettivo, talché resta aperto un grande problema di attuazione, reso ancor più complesso e urgente per via della confusione che si è determinata con interventi di ridimensionamento delle autonomie durante la recente crisi economica, in cui si era addirittura prevista la soppressione delle province.

La scelta per una fisiologica manutenzione non esclude che qualche intervento di modifica sia auspicabile su qualche punto: ad esempio, ad avviso di chi scrive, per limitare l’autodichia che consente alle Camere di decidere in toto sui titoli di ammissione dei parlamentari, oppure per evitare che le specialità regionali siano fonte di malintesi privilegi finanziari, oppure ancora per consentire l’accesso alla Corte costituzionale anche alle autonomie locali. Si può anche aggiungere che molti opportuni adeguamenti sono possibili senza modifiche alla Carta, ma operando ad es. sui regolamenti parlamentari, come ha fatto positivamente il Senato (purtroppo non la Camera) nelle scorse settimane per scoraggiare il cambio di casacche o far funzionare meglio le commissioni legislative o come si potrebbe fare per dar finalmente voce in Parlamento a regioni e enti locali.

Un’ultima considerazione. Per sottolineare l’esigenza di una conoscenza reale del significato e dei contenuti della Carta, specie a fronte dei populismi dilaganti e del degrado della partecipazione democratica, con progressivo distacco dei cittadini dalla vita pubblica. È indispensabile una nuova stagione di cittadinanza attiva e di capacità progettuale per riprendere il filo dei valori costituzionali da interpretare concretamente, evitando che paure e crescenti diseguaglianze scoraggino l’impegno di chi ha di mira il bene comune. Ciò che dovrebbe sollecitare in particolare i laici cristiani, per i quali un serio impegno per la politica è la forma più alta della carità, come ribadito di recente anche da papa Francesco.

*Professore emerito di Diritto pubblico alla LUISS «G. Carli» di Roma e presidente dell’Istituto «V. Bachelet» per lo studio dei problemi sociali e politici dell’Azione cattolica italiana

Forse un anno veramente nuovo potrebbe cominciare solo così

di Luigi Alici* - A volte basta davvero un nonnulla: un episodio minimo, insignificante, che si avvicina alla scala dell’infinitamente piccolo, più che a quella dell’infinitamente grande. Una banale influenza (quest’anno, non tanto banale…), che scombussola l’agenda, impone il blackout del telefono, ti toglie non solo la voglia di parlare, ma anche quella di ascoltare e di vedere. E ritrovi di colpo silenzi antichi, rintocchi lontani, sonorità elementari e impensate che la campagna ti restituisce nella loro innocenza verginale e dimenticata. Oppure una festa, una ricorrenza, una scadenza di calendario, che deve il suo valore alla potenza simbolica celata nella linea di frontiera che custodisce: uno spartiacque intenso e promettente tra passato e futuro, che merita di essere celebrato, festeggiato rumorosamente come una ritualità collettiva, alla quale nessuno deve sottrarsi. Poi ti capita di attraversare l’ultimo dell’anno accanto a una persona ammalata, e di colpo tutto, ma proprio tutto ti appare come una finzione volgare e insopportabile: lo spumante i botti il panorama notturno che si accende di fuochi fatui - sonorità grossolane ed effimere - prima di reimmergersi nella quiete gelida e silente di pochi minuti prima. Oppure basta una foto - una foto gualcita, nemmeno troppo curata - di una chiesa semidistrutta, dal terremoto o dal peso degli anni. Dentro quelle rovine non s’indovina più lo spazio integro e protetto di un tempo; vi domina l’abbandono desolato a un silenzio innaturale, che non è più il suo silenzio, e cogli di colpo la differenza fra il silenzio pieno e quello vuoto. Una chiesa che non è più una chiesa: troppo falsa per essere vera, troppo spenta per essere viva, troppo chiusa per essere aperta… Che cosa scopri in questi rari momenti di grazia? Scopri all’improvviso, come per una illuminazione immeritata e benedetta, il grande buco nero che cerchiamo disperatamente di occultare con l’attivismo folcloristico del nulla, di cui trasudano i nostri giorni affannati. Il SENSO: il senso del vivere e del morire, del gioire e del piangere, del bello e del buono, dell’amore e della misericordia; il senso dell’intero e delle parti, del filo d’erba e delle galassie, dei parlamenti e degli ospedali, del lavoro e del tempo libero; il senso di me stesso e degli altri, dei simpatici e degli insopportabili, dei sani e dei malati, dei poveri e dei ricchi… A malapena riusciamo a conoscere, a trattenere e a comunicare il significato di qualcosa, ma ci è sempre più difficile intravedere un riflesso, un barlume, un riverbero appena accennato, di ciò che dà SENSO a ogni significato! E allora ti viene voglia di parlare di meno e di ascoltare di più. Di fermarti, di contemplare, di adorare. Di metterti sulle tracce di quel filone d’oro che può farti veramente ricco, lasciandoti beatamente povero. La linea di frontiera che separa l’essenziale dal superfluo, il discreto dall’invadente, lo stupore dall’ovvio comincia ad annunciare il suo vero profilo, così familiare eppure così dimenticato. Il resto diventa insopportabilmente ridicolo, oscenamente assurdo. Forse un anno veramente nuovo potrebbe cominciare solo così.

*Luigi Alici è docente di Filosofia morale all’Università di Macerata. Il testo che pubblichiamo è tratto dal suo blog Dialogando

 

Il prossimo 4 marzo, alle urne per le elezioni politiche

di Paolo Rametta* - Il 28 dicembre scorso il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sciolto le Camere, dando il via all’iter che porterà il 4 marzo prossimo alle elezioni politiche e mettendo fine alla legislatura, ovverosia il periodo tra la prima seduta delle Camere in seguito ad elezioni (avvenute il 24 e 25 febbraio 2013) e il loro scioglimento. Questa legislatura, la XVIIesima della nostra storia repubblicana, si conclude in modo “naturale”, seguendo la previsione della Costituzione che fissa a cinque anni la durata della legislatura, salvo scioglimento anticipato.

Dal momento del loro scioglimento le Camere continuano ad essere dotate di funzioni fondamentali: la continuità delle funzioni è garantita dall’articolo 61 della Costituzione, che prevede che «finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti». A ben vedere però sia la Camera dei Deputati che il Senato non potranno approvare leggi ordinarie; si limiteranno a convertire in legge eventuali decreti legge approvati dal Governo, a ratificare trattati internazionali che il nostro Paese si era impegnato a ratificare e ad esercitare i poteri di controllo (ad esempio le interrogazioni parlamentari ad un Ministro o il funzionamento degli organi di controllo, come la Vigilanza Rai).

Se le Camere vedono grandemente diminuita la loro ordinaria operatività anche il Governo, specularmente, vede mutare le proprie prerogative.

A differenza di altri casi, il governo attualmente in carica, retto dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, si avvia a concludere la legislatura in modo “ordinato” (come si dice in gergo giornalistico), senza le proprie dimissioni - né volontarie né imposte da voti di fiducia; ed in effetti queste verranno rassegnate solo all’elezione delle nuove Camere, con la contestuale richiesta del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio di rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti, rinviando le dimissioni vere e proprie al momento dell’incarico del nuovo Presidente del Consiglio.

Quindi il Governo, pur con un necessario low profile richiesto dalla mancanza di “controaltare” parlamentare (essendo le Camere sciolte), potrà affrontare a pieno titolo i prossimi appuntamenti sulla scena internazionale. Prima tra tutti il turno di presidenza dell’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che spetterà all’Italia per l’intero 2018. In secondo luogo l’importante riunione dell’Eurogruppo - il tavolo dei Ministri dell’Economia dell’Eurozona - che si terrà il 22 gennaio e che tratterà della crisi degli istituti di credito, tema particolarmente caldo nel nostro Paese.

Si prospetta una partenza di anno decisamente non limitata al semplice “disbrigo” degli affari correnti.

Nel frattempo si è entrati nel vivo della campagna elettorale, mentre i partiti stanno stringendo gli ultimi accordi di apparentamento e definendo le liste elettorali da presentare entro fine gennaio. La sfida di questa fase sarà probabilmente quella di mantenere un dibattito il più possibile costruttivo e basato su contenuti prospetticamente rivolti al progresso del Paese, come ha ammonito nel suo intervento per la conclusione dell’anno istituzionale il Presidente Mattarella: «Il tempo delle elezioni costituisce un momento di confronto serrato, di competizione. Mi auguro che vengano avanzate proposte comprensibili e realistiche, capaci di suscitare fiducia, sviluppando un dibattito intenso, anche acceso ma rispettoso. È, questa, inoltre, una strada per ridurre astensionismo elettorale e disaffezione per la vita pubblica».

*Componente del Centro studi dell'Azione cattolica italiana

Josef Mayr-Nusser: fedele al Vangelo e al proprio tempo

di Alberto Ratti* - Mentre festeggiamo i 70 anni della Costituzione italiana, non possiamo non ricordare le tante persone e i tanti giovani in particolare che, grazie alla loro testimonianza e al loro sacrificio, hanno permesso al nostro Paese di sconfiggere e lasciarsi alle spalle il nazi-fascismo e i suoi orrori. Fra questi, moltissimi giovani e dirigenti di Azione Cattolica hanno dato la propria vita per la libertà e il riscatto dell’Italia. Esemplare la vita di un giovane altoatesino ancora poco conosciuto che è stato beatificato lo scorso 18 marzo nella Cattedrale di Bolzano: Josef Mayr-Nusser. Rifiutandosi di prestare il giuramento delle SS naziste, perché contrario ai metodi e alle atrocità compiute da questi reparti e all’assolutismo dell’obbedienza dovuta a Hitler, Mayr-Nusser pagò con la vita la propria obiezione di coscienza. Nel corso della sua breve esistenza egli pose l’accento, in molti dei suoi articoli e discorsi, sul tema della testimonianza, su un cristianesimo vissuto coerentemente e capace di trasformare la vita. Pienamente partecipe delle dinamiche sociali e culturali del suo tempo, Josef non si cimentò in riflessioni teoriche staccate dalla realtà o indifferenti alle difficoltà. Anzi, riteneva che soltanto attraverso una fede incarnata e credibile si potessero stemperare i conflitti, appianare le differenze, vivere per costruire un mondo e una società migliori. La testimonianza di Mayr-Nusser può essere la dimostrazione che è possibile essere contemporaneamente persone fedeli al proprio tempo, alla storia che si è chiamati a vivere e al Vangelo. La Chiesa ha riconosciuto il suo martirio dettato dall’odio alla fede e ora la sua vita interroga ciascuno di noi. La sua decisione di non prestare giuramento scuote la nostre coscienze. Mayr-Nusser nacque nel 1910, alla periferia est di Bolzano (all’epoca territorio austriaco), quarto di sette figli. La giovinezza di Josef fu caratterizzata da una sana e popolare religiosità contadina, dalla partecipazione giornaliera all’Eucaristia e dalla recita insieme del rosario. Egli crebbe in un ambiente e contesto familiare dove erano importanti «prove e sacrifici, senso del dovere, fede profonda, attenzione ai poveri». Successivamente, ciò che più di ogni altra cosa formò Mayr-Nusser come uomo e come cristiano fu l’appartenenza ai giovani di Ac e il rapporto con il loro assistente. La fede vissuta in maniera intensa e personale trovò così nell’aspetto comunitario e relazionale la dimensione più consona per fiorire e rafforzarsi. Nel 1934 Josef Mayr-Nusser fu eletto presidente della sezione maschile dei giovani di Ac per la parte tedesca dell’arcidiocesi di Trento. Gli obiettivi fondamentali che egli si era proposto di perseguire erano tre: essere una comunità giovanile gioiosa, una scuola di vita per giovani cristiani, una fucina d’azione. Incominciò da allora un lavoro molto esigente di formazione e di analisi critica della realtà, per mantenere viva l’attenzione di tutti i soci sui principali temi di attualità, in un contesto sempre più difficile e complicato. Josef sembrava aver molto chiaro quali rischi e derive si stavano palesando per il continente e decise di prendere l’iniziativa per scuotere dal torpore le coscienze delle persone, soprattutto cattoliche, affinché prendessero posizione contro quelle ideologie contrarie al messaggio del Vangelo e alla Chiesa. Il 26 maggio 1942 sposò Hildegard Straub, una giovane che lavorava nella sua stessa azienda e con la quale condivideva gli ideali e l’impegno sociale all’interno dell’Azione Cattolica. Dalla loro unione nascerà nel 1943 il piccolo Albert. Scoppiata la Seconda guerra mondiale, fu costretto ad arruolarsi per essere destinato alle SS combattenti. Durante l’addestramento a Konitz (Prussia), il giorno del giuramento Josef rifiutò la sottomissione a Hitler e fu l’unico tra i suoi compagni a non piegarsi. Struggenti le parole scritte in alcune lettere inviate alla moglie prima del rifiuto: «[…] Prega per me, Hildegard, affinché nell’ora della prova io agisca senza paura o esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza» (Lettera alla moglie del 27 settembre 1944). E ai suoi compagni di caserma che gli chiedevano di ripensarci diceva: «Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non è d’accordo con le loro idee nazionalsocialiste, le cose non cambieranno mai». Mayr-Nusser morì il 24 febbraio 1945 su un vagone bestiame, stremato dal freddo e dalla fame, mentre veniva trasportato verso il campo di concentramento di Dachau, dove avrebbe dovuto essere fucilato. Si può dire che un lungo filo rosso sembra collegare idealmente Josef Mayr-Nusser a tante altre figure, non ancora “ufficialmente” sante, come Gino Pistoni, Teresio Olivelli e Carlo Bianchi, tutti uccisi nel periodo fascista e durante la Seconda guerra mondiale, e, in tempi più recenti, ad Aldo Moro, Vittorio Bachelet o ancora al giudice Rosario Livatino. Anche la vita di Mayr-Nusser, seppur breve, suscita ammirazione ed è segno di non arrendevolezza al potere e alla brutalità di certe ideologie e totalitarismi: egli ha testimoniato la differenza evangelica, la coerenza fra quello che professava e la vita concreta, non rifuggendo il proprio tempo, ma confrontandosi seriamente con le questioni e le problematiche sociali, avendo sempre presente il rispetto dei valori fondamentali della dignità della persona e della convivenza civile. A lui e a tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per ideali più grandi dobbiamo la nostra libertà e le grandi conquiste della democrazia e della legalità; inoltre, non possiamo che ringraziare per il loro servizio all’intera comunità nazionale.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana. Una versione più estesa dell’articolo è pubblicata sul numero 12/2017 di «Aggiornamenti Sociali»

Associazionismo e parrocchia: una relazione vitale

di Matteo Truffelli* - La domanda sul significato, le forme e le implicazioni del rapporto tra associazioni laicali e parrocchie non è certo inedita. La storia dell’Azione cattolica, che proprio in questi mesi ricorda i 150 anni della fondazione, ne è profondamente intessuta, con esperienze diverse che oscillano tra un legame di profonda identificazione e, talvolta, dinamiche di non semplice coesistenza. Se la questione non è nuova, però, differente è il contesto, sociale e culturale, ma anche ecclesiale, in cui ci è chiesto di tornare a ragionare. Collocandola nella cornice della “conversione missionaria” a cui tutta la Chiesa oggi è chiamata. Una conversione che non può che partire da quelle articolazioni che più di tutte possono avvicinare l’annuncio del Vangelo all’esistenza quotidiana delle persone: parrocchie e associazioni, appunto. Che o vivranno insieme questa conversione o, probabilmente, non la vivranno affatto.

Per entrare in profondità dentro al nodo dei rapporti tra associazionismo e parrocchia possiamo rifarci forse, per analogia, a un’immagine solo apparentemente distante dal nostro tema. Quando i Padri del Vaticano II vollero, attraverso il titolo, descrivere il contenuto della Costituzione Gaudium et spes decisero di parlare della Chiesa nel mondo contemporaneo. Non si trattava, ovviamente, di giocare con le parole. La Chiesa sceglieva di non porsi di fronte o tantomeno al di sopra delle vicende umane ma, nella logica dell’Incarnazione, di sentirsi parte di esse.

Ebbene, la forza evocativa di quella scelta lessicale può aiutarci a comprendere, per analogia, quale possa essere il rapporto tra associazioni – in modo la particolare l’Azione Cattolica – e parrocchie. Se è vero infatti, come dice la Gaudium et spes, che la Chiesa non può comprendere se stessa fuori dal mondo, è ancora più vero che l’Azione Cattolica non può descriversi se non in una relazione vitale con la parrocchia in cui vive e per la quale vive. Senza scegliere dove stare, senza decidere a che condizioni poterci stare. Semplicemente sentendosi parte della parrocchia in cui si trova per poter essere, dentro di essa, fermento vivo e tessuto connettivo, capace di costruire comunità e di alimentare la missionarietà.

È proprio questo che Papa Francesco ha ricordato in occasione dei due straordinari incontri con l’Azione Cattolica di tutto il mondo lo scorso aprile: «Il carisma dell’Azione Cattolica», ha detto, «è il carisma della stessa Chiesa incarnata profondamente nell’oggi e nel qui di ogni Chiesa diocesana che discerne in contemplazione e con sguardo attento la vita del suo popolo e cerca nuovi cammini di evangelizzazione e di missione a partire dalle diverse realtà parrocchiali». Parole che avevano il tono della conferma, piuttosto che quello del richiamo: la natura dell’Azione cattolica e la sua storia sono sufficientemente eloquenti. Essa vive e non può che vivere radicata nella comunità parrocchiale, per essere in essa e per essa quel gruppo di persone che insieme, in quanto associate, desiderano prendersi cura del cammino di tutto il popolo, lavorando con i pastori e condividendo con essi la ricerca delle strade sulle quali “camminare insieme” a servizio del mondo, perché «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Francesco, 17 ottobre 2015). Questa ricerca, oggi, significa anzitutto ricerca delle strade da percorrere per comprendere e attuare le indicazioni dell’Evangelii gaudium.

Potremmo, allora, dire che se da un lato l’Azione cattolica è continuamente chiamata a incarnarsi nella parrocchia per condividerne il respiro, dall’altro essa può essere lo strumento che aiuta la parrocchia a incarnarsi in un territorio, a essere lievito dentro di esso. «Allargate il vostro cuore per allargare il cuore delle vostre parrocchie», ci ha detto Francesco il 30 aprile 2017, rivolgendosi a una festosa e straripante Piazza San Pietro: «Siate viandanti della fede, per incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti». Proprio in quanto associazione laicale, l’Azione cattolica può rappresentare un efficace ponte tra l’annuncio del Vangelo e le dinamiche dell’esistenza quotidiana.

C’è bisogno di una associazione che faccia tutto ciò? Spesso questo dato viene guardato con sospetto da chi teme la creazione di inutili sovrastrutture o l’emergere di gruppi distinti, se non addirittura elitari. Un nodo che si scioglie solo uscendo da una logica ecclesiale ancora nutrita dall’illusione che ci siano spazi da occupare, ossia solo allontanandoci dalla tentazione del potere. Solo così è possibile vivere con serenità le dinamiche della corresponsabilità, radicate nella consapevolezza che l’impegno di annunciare il Vangelo è assegnato a ciascun battezzato.

Essere associazione non è un fatto puramente strumentale, organizzativo. È esperienza di corresponsabilità, esercizio concreto di condivisione dei talenti, delle domande, della vita di fede. È l’offerta di una trama di relazioni buone tra le persone e i gruppi, di uno spazio strutturato di dialogo e confronto, di una forma capace di educare alla passione per il bene comune. Non serve per separare, ma per unire.

Ecco: a rendere virtuoso il rapporto tra parrocchia e associazioni è proprio la scoperta di questa profonda unità di intenti. Un legame che va ben oltre le questioni formali. Quando parrocchia e associazione sperimentano questa comunanza si scoprono dentro una dinamica che non è certo di competizione, ma di condivisione della comune missione: scoprire come rispondere all’urgenza di accorciare le distanze con la vita delle persone. Si entra allora davvero nella logica che Evangelii gaudium descrive puntualmente quando afferma che è bene «occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi».

*Questo articolo del Presidente nazionale dell’Azione cattolica è tratto dal mensile Vita Pastorale (gennaio 2018)

 

Azione Cattolica Italiana / Lo scenario

don Mario Diana

La Conferenza Episcopale Italiana dona oggi all’associazione la gioia di accogliere don Mario Diana come nuovo Assistente nazionale del Movimento Studenti di Azione Cattolica. Grati ai nostri Vescovi per la sua nomina, siamo felici di poter contare sulla presenza di un nuovo Assistente nazionale! Auguriamo a don Mario che l’Ac possa essere un’esperienza di fraternità e di amore per la Chiesa, certi che la sua presenza aiuterà gli studenti di Ac e tutta l’associazione a proseguire con fiducia nel servizio. A don Michele Pace, che ha camminato con noi in questi anni, rivolgiamo un profondo ringraziamento per la cura, la generosità, l’amicizia, la passione e l’impegno con cui ha vissuto il suo incarico. Grazie don Michele e benvenuto don Mario!

Don Mario Diana è nato il 28 Luglio 1986 a Bari e risiede sin da piccolo a Bitritto (Ba). Ha frequentato il Liceo Scientifico “E. Amaldi” in Bitetto (Ba) dove nel 2005 ha conseguito la maturità. Dopo il Liceo ha vissuto l’esperienza dell’Anno Propedeutico e nel settembre del 2006 ha iniziato la sua formazione al presbiterato presso il Pontificio Seminario Regionale di Molfetta “Pio XI”. Ordinato diacono l’8 Dicembre 2011 e sacerdote il 6 Luglio 2012. Da Settembre 2011 ad oggi è stato vicario parrocchiale presso la Parrocchia “San Nicola” in Mola di Bari. Da Novembre 2013 è assistente diocesano del MSAC e vice assistente del Settore Giovani dell’Arcidiocesi di Bari-Bitonto. Dal 2015 ha fatto parte della commissione testi dei giovanissimi. È iscritto alla Licenza in Antropologia Teologica presso la Facoltà Teologica Pugliese.

Il saluto di don Mario Diana

“Fissatolo, lo amò” Questo versetto del Vangelo di Marco ha accompagnato tutto il mio discernimento vocazionale, ha illuminato i giorni di dubbio e ha rafforzato le scelte più grandi. Anche in questi giorni di passaggio la vicenda del giovane ricco ha riempito di senso questa chiamata inaspettata e grande al servizio di una bella porzione di Chiesa. Il Signore, attraverso lo sguardo del mio Arcivescovo, mi ha mostrato il suo Amore e la sua chiamata ad un progetto bello di servizio alla Chiesa. Inizio questa nuova esperienza di servizio all’Azione Cattolica Italiana con il cuore carico di gratitudine per gli sguardi di persone che in questi anni mi hanno fatto sperimentare la bellezza della Chiesa. In particolare porto con me la comunità parrocchiale “San Nicola” in Mola di Bari dove ho mosso i miei primi passi come sacerdote e dove ho conosciuto e imparato ad amare l’AC nella sua semplicità e nella sua ordinarietà. Continuo a gioire e ringraziare il Signore per la bella associazione diocesana di Bari-Bitonto, per i giovani e il Movimento Studenti in particolare, che mi hanno dato la possibilità di servire la chiesa in compagnia di tanti amici che hanno arricchito e custodito la mia vita e il mio ministero. Muovo i miei primi passi con tanta curiosità di conoscere e condividere belle pagine di chiesa con la presidenza nazionale, con i confratelli assistenti e, in particolare, con la segreteria e l’equipe nazionale del Movimento Studenti e con gli amici del Settore Giovani.  A tutti e a ciascuno sento di rivolgere la mia gratitudine! Un saluto particolare sento di rivolgerlo ai giovanissimi, studenti e studentesse, di tutta Italia che non si stancano di mettere l’Azione Cattolica in movimento! Il Beato Pier Giorgio Frassati, il Beato Paolo VI e don Lorenzo Milani continuino ad illuminare il cammino della nostra associazione e a risvegliare una vera e grande passione cattolica.

 

 

 

 

 

Roma,  27 settembre 2018

Un commento al Messaggio di Francesco per la Giornata mondiale delle comunicazioni sociali 2018

di Ivan Maffeis* - Forse da ragazzi un po’ tutti, come il trovatello de La luna e i falò di Cesare Pavese, ci siamo ritrovati a chiudere gli occhi per provare se, riaprendoli, la collina fosse scomparsa, lasciando intravedere un paese migliore. Al desiderio di «andare più lontano», la cultura digitale ha dato un contributo decisivo. L’individuo ha davvero “scollinato”, ha trovato l’America, un mondo seducente di immagini, news e commenti, che consente di trasferire sulla pubblica piazza anche i momenti più personali. L’ebbrezza della velocità, in macchina come nella vita, presenta rischi pesanti. Si può arrivare a pensare che tutti i contenuti siano uguali, che tra rappresentazione e realtà non corra chissà quale distinzione, che le proprie credenze contino più dei fatti e che, comunque, ci si possa sottrarre a tutto ciò che è dissonante. Su questo sfondo si rafforzano facilmente pregiudizi e stereotipi, sospetti e chiusure. Diventa difficile anche riconoscere le fake news, le informazioni infondate, «basate su dati inesistenti o distorti», eppure così plausibili ed efficaci nella loro capacità di presa e tenuta. Ha ragione chi sottolinea come il fenomeno non sia nuovo. In realtà, a renderlo preoccupante oggi è il numero di contatti che raggiunge in maniera tempestiva e poco arginabile. Se i social non possono essere considerati la causa principale delle fake news, like e condivisioni ne facilitano la propagazione, secondo un dinamismo che dei contenuti premia più la visibilità della loro stessa veridicità. Al riguardo, nel Messaggio per la 52ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali, Papa Francesco denuncia «la logica del serpente», che arriva a offuscare «l’interiorità della persona» e a rubarle «la libertà del cuore». Perfino un’argomentazione impeccabile, «se è utilizzata per ferire l’altro e per screditarlo agli occhi degli altri, per quanto giusta appaia, non è abitata dalla verità». A quel punto, a che serve? «Ero tornato, avevo fatto fortuna, ma le facce, le voci e le mani che dovevano toccarmi e riconoscermi, non c’erano più – riconosce il protagonista del romanzo di Pavese al suo ritorno dall’America –. Quello che restava era come una piazza l’indomani della fiera…». Non che tale esito sia ineluttabile. Anzi, Francesco – e con lui tutto il magistero ecclesiale – è portatore di uno sguardo fiducioso nelle capacità dell’uomo di «raccontare la propria esperienza e il mondo, e di costruire così la memoria e la comprensione degli eventi». Si tratta di «riscoprire il valore della professione», dove il giornalista è «il custode delle notizie», al cui centro «non ci sono la velocità nel darle e l’impatto sull’audience, ma le persone». Un «giornalismo di pace», attento a comprendersi a servizio di quanti «non hanno voce» e a porsi alla «ricerca delle cause reali dei conflitti». D’altra parte – visto che, oltre che fruitori, tutti siamo diventati produttori – il Papa sottolinea «la responsabilità di ciascuno nella comunicazione della verità»; responsabilità che chiede di educarsi ed educare al discernimento, alla verifica, all’approfondimento. Del resto, nel suo rapporto con la realtà, la verità rimane un’esigenza insopprimibile, che non si risolve in una «realtà concettuale» e nemmeno nel «portare alla luce cose oscure». Verità è «ciò su cui ci si può appoggiare per non cadere», spiega Francesco, che aggiunge: «L’uomo scopre e riscopre la verità quando la sperimenta in sé stesso come fedeltà e affidabilità di chi lo ama». Pavese direbbe: «Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante e nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti». In ultima analisi, sottolinea ancora il Messaggio, «l’unico veramente affidabile e degno di fiducia, sul quale si può contare, ossia “vero”, è il Dio vivente». L’esperienza della comunità ecclesiale ne riconosce il volto in Gesù Cristo, verità ultima e piena dell’uomo. È questo fondamento che ci sta a cuore, anche nella comunicazione. È per questo che si torna. È per questo che – come il protagonista de La luna e i falò –  non si smette di cercare: «Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri di più che un comune giro di stagione».

*Sottosegretario della Cei e direttore dell’Ufficio nazionale per le Comunicazioni sociali. Per approfondire, consultare il sito dedicato al Messaggio

 

Nel corso dei lavori della sua sessione invernale, il Consiglio Episcopale Permanente della Cei ha provveduto alla nomina del professor Gaetano Pugliese a nuovo Presidente nazionale del Movimento di Impegno Educativo di Azione Cattolica (Mieac). A lui l’augurio di buon lavoro della Presidenza nazionale e di tutta l’associazione nella consapevolezza della centralità della cura educativa, che da un lato esprime il desiderio di rafforzare ciò che ci è più caro, la formazione delle coscienze, e dall’altro rappresenta l’impegno a trovare risposte nuove e profetiche alle domande del presente. Un grazie riconoscente alla professoressa Elisabetta Brugè per i suoi anni di servizio generoso e competente alla guida Mieac.

L’appello del Forum delle Famiglie alla politica

Il nostro Paese sta vivendo l’inverno demografico più difficile della sua storia. Da circa quarant’anni i tassi di fecondità sono molto bassi: meno di due figli per donna, ossia inferiori a quanto necessario per garantire il semplice ricambio tra le generazioni. Oggi siamo ad un 1,34 figli per donna. Solo il continuo aumento dell’aspettativa di vita e l’immigrazione hanno parzialmente arginato il problema. Ma il calo della popolazione sta diventando sempre più evidente ed insostenibile. Un dato, soprattutto, induce a riflettere: è molto marginale la quota di persone che dichiara di non volere figli. È attestata invece oltre il 40% un’ampia parte di popolazione che desidererebbe due o più figli, e che però non ha i mezzi per andare oltre il primo. Nella consueta indagine condotta dall’O.N.F. (Osservatorio Nazionale Federconsumatori) sui costi necessari al mantenimento di un figlio, emerge che per mantenere un bambino nei primi 12 mesi le famiglie italiane devono sostenere un costo che varia da un minimo di 7.072,90 € ad un massimo di 15.140,76 €,con un aumento medio dell’1,1% rispetto al 2016. Ad una famiglia con un reddito medio di 34mila € netti all’anno, portare un figlio dagli 0 ai 18 anni costa quasi 170mila €. Una famiglia con reddito più basso può arrivare a spendere 113mila € mentre, se il reddito raddoppia, può spendere anche 270mila € a figlio in 18 anni.

Il contesto attuale, insomma, sembra non scommettere più sulle famiglie ed i giovani. La triste sensazione è che l’Italia abbia smesso di credere nel proprio futuro. Sono 5,5 milioni le donne tra i 18 e i 49 anni che rinunciano ad essere madre (una donne fertile su due) perché essere madri e lavoratrici in Italia è ancora troppo difficile. Parallelamente il 71 per cento delle donne tra i 20 e i 34 anni mira ancora ad avere almeno due figli e soltanto il 7 per cento è disposto a rassegnarsi a non averne. Si aggiunga ancora che nel 2016, secondo l’Ispettorato del lavoro, su dieci donne che hanno dato le dimissioni dal loro posto di lavoro otto erano mamme e una buona parte di queste spiegava la scelta con la difficoltà di «gestire insieme figli e lavoro».

Gli effetti della denatalità, di cui ancora facciamo fatica ad essere pienamente consapevoli, sono già dirompenti. Come mantenere il PIL, e il rapporto con il debito, con una popolazione in costante diminuzione?  Come affrontare la crescente spesa sanitaria e pensionistica? Come sostenere i costi, anche sociali, di una popolazione sempre più anziana? Già oggi, da diversi punti di vista, vediamo i primi effetti nefasti di tutto questo. Siamo un popolo incurvato su se stesso, stanco, che ha smesso di sperare.

Per anni la politica ha considerato la natalità un tabù. Il tema tocca infatti argomenti apparentemente divisivi: maternità, famiglia, immigrazione. Ma è arrivato il momento di non guardare più alla prospettiva di parte o agli interessi elettorali. In ballo c’è il destino di una nazione. Su questo punto è indispensabile accantonare tutte le controversie ideologiche. I bambini devono essere considerati un Bene Comune perché rappresentano il futuro di tutti noi.

Sono indispensabili interventi decisi per invertire una tendenza che ci sta portando verso un domani senza prospettive. Tali interventi devono essere universali, coerenti e garantiti nella loro esistenza e durata, e non semplici aiuti occasionali. È necessaria una politica di lungo periodo che veda in questo punto un investimento irrinunciabile: serie e strutturali politiche economiche e fiscali a favore delle famiglie, sostegni concreti alla natalità, uniti alla promozione di una più ampia cultura dell’accoglienza dei bambini, così come un ampio programma di consolidamento del lavoro femminile, con soluzioni di conciliazione del tempo del lavoro con quello della famiglia, anche attraverso servizi adeguati e a basso costo. Si tratta di scelte non più rinviabili. Per troppo tempo la politica si è limitata a fingere di intervenire, commentando di volta in volta gli allarmanti dati Istat senza, tuttavia, trasformare quelle analisi in azioni concrete, se non con misure rare ed estemporanee.

Per questo il Forum delle Famiglie chiede ai Partiti e alle Liste in corsa per la prossima tornata elettorale, di considerare il tema della natalità e delle politiche familiari come priorità all’interno dei vari programmi. I nodi sono arrivati al pettine e la situazione non è più rinviabile. È possibile – e anzi è un bene – che vi siano visioni differenti sui tanti temi del dibattito politico. Ma su questo punto, ve lo chiediamo con forza, appellandoci al vostro senso di responsabilità, è necessaria un’unità di intenti: occorre remare tutti nella stessa direzione per invertire la rotta. Si tratta di un segnale decisivo per ridare speranza all’Italia. Ne va del futuro del nostro bellissimo e amatissimo paese.

 

 

Progetto di solidarietà e sussidio del Mese della Pace per l’anno 2018

Come ci invita a fare Papa Francesco nel Messaggio per la LI Giornata Mondiale della Pace, come veri e propri fotografi, siamo chiamati a mettere a fuoco tutte quelle realtà del mondo spesso dimenticate, a partire dai rifugiati e dai migranti in cerca di un domani migliore. In quest’ottica, ecco il progetto di solidarietà 2018 dell’Azione Cattolica che incontra la realtà di Terre des Hommes, impegnate nella difesa dei diritti dei bambini e nella promozione di uno sviluppo equo, senza alcuna discriminazione etnica, religiosa, politica, culturale o di genere. Assieme a Terre des Hommes vogliamo metterci accanto ai piccoli rifugiati (in particolare a oltre 200 bambini con disabilità fisiche e/o mentali) nel territorio di Erbil in Iraq, per migliorare le loro condizioni di vita e quelle delle loro famiglie offrendo supporto psicologico e un servizio di fisioterapia a domicilio. Come? Attraverso l’acquisto del gadget realizzato per l’occasione - una cornice magnetica - possiamo dare continuità a questo sogno nostro e di Terre des Hommes, e soprattutto a quello di quanti fuggono dalla guerra alla ricerca di un futuro di pace. - Modulo ordine Pace 2018 - Booklet Pace 2018 - Sussidio Pace 2018

I 70 anni della Costituzione repubblicana

di Gian Candido De Martin* - Dal 1° gennaio 1948 abbiamo una Carta costituzionale, patto fondativo della convivenza civile: la democrazia si è fatta Costituzione, dopo 18 mesi di lavoro serrato dell’Assemblea costituente, eletta il 2 giugno 1946 contemporaneamente alla scelta referendaria per la forma repubblicana. Un lavoro serio, svolto soprattutto nell’ambito della commissione dei 75, in cui si sono confrontate culture politiche assai diverse (cattolica, liberale, socialista, anche marxista), che alla fine hanno però saputo trovare una sintesi utile, tradotta in 139 articoli, di cui i primi 12 di principi fondamentali e gli altri suddivisi tra la parte I sui diritti e doveri dei cittadini e la parte II dedicata all’ordinamento della Repubblica. Un esempio di collaborazione certo non semplice, oggi difficilmente replicabile, allora animata da alcuni obiettivi e valori di fondo condivisi, frutto di un costituzionalismo non nazionalista, ma aperto alla collaborazione internazionale e in nuce anche all’integrazione europea.

Così si è arrivati a codificare in norme scritte con una lucida chiarezza, senza ambiguità, alcuni caposaldi destinati a valere nel tempo, per dare senso e solidità alla democrazia ritrovata dopo la parentesi fascista: il valore della libertà e dei diritti inviolabili, nel rispetto del pluralismo delle convinzioni personali politiche e religiose, così come dell’eguaglianza sostanziale, intesa come pari opportunità e giustizia sociale da perseguire per consentire a tutti i cittadini lo sviluppo della propria personalità e la partecipazione effettiva alla vita del Paese, in una prospettiva in cui ha una centralità sia la promozione di un lavoro non disgiunto dalla dignità umana sia il ruolo delle autonomie territoriali e sociali. Un quadro avanzato di principi, non a caso fatto proprio da varie altre Costituzioni coeve o successive in Europa e in altri continenti. Si può aggiungere che hanno certamente pesato nell’elaborazione della Carta alcuni significativi apporti di costituenti di matrice cattolica di grande qualità, i quali hanno contribuito  tra l’altro a radicare e valorizzare principi di grande portata, come quelli di solidarietà e di sussidiarietà, espressi con grande forza dal magistero sociale della Chiesa.

Oggi, a 70 anni di distanza, ci si può chiedere se la Costituzione sia (ancora) giovane o vecchia. E la risposta sembra in fondo agevole, considerando sia la tenuta sostanziale della prima parte, la quale semmai richiede un costante impegno per esplorarne potenzialità finora inesplorate (ad esempio, in tema di funzione sociale della proprietà in rapporto alle esigenze di tutela ambientale oppure nella regolazione del ruolo di partiti e sindacati), sia la validità, tutto sommato, anche della parte sull’organizzazione dei pubblici poteri, che ha fin qui garantito una corretta vita democratica del sistema, anche nel dibattito su eventuali modifiche (come si è visto in occasione delle proposte dei governi Berlusconi e Renzi, poi bocciate a larga maggioranza dagli elettori). Certo talora datata, anche nel linguaggio (es. si parla di paesaggio, che oggi si chiama ambiente), ma non superata, anzi da difendere rispetto a taluni tentativi - spesso superficiali ma non per questo meno pericolosi - di scorciatoie riformatrici che rischiano di minarne principi ed assi portanti.

Piuttosto si può sostenere che la Costituzione abbia bisogno di una opportuna manutenzione, con interventi di aggiornamento mirati su singoli punti, come d’altronde è avvenuto molte volte in questi primi sette decenni di vigenza: sono oltre una ventina le modifiche apportate in questo arco di tempo, la maggiore delle quali riguarda il tentativo di valorizzazione delle autonomie regionali e locali - in base al fondamentale principio autonomistico sancito nell’art. 5 - allorché si è rivisto organicamente il titolo V della parte II nel 2001. In verità, questo disegno di potenziamento a vario titolo di comuni, province e regioni è restato finora senza un seguito effettivo, talché resta aperto un grande problema di attuazione, reso ancor più complesso e urgente per via della confusione che si è determinata con interventi di ridimensionamento delle autonomie durante la recente crisi economica, in cui si era addirittura prevista la soppressione delle province.

La scelta per una fisiologica manutenzione non esclude che qualche intervento di modifica sia auspicabile su qualche punto: ad esempio, ad avviso di chi scrive, per limitare l’autodichia che consente alle Camere di decidere in toto sui titoli di ammissione dei parlamentari, oppure per evitare che le specialità regionali siano fonte di malintesi privilegi finanziari, oppure ancora per consentire l’accesso alla Corte costituzionale anche alle autonomie locali. Si può anche aggiungere che molti opportuni adeguamenti sono possibili senza modifiche alla Carta, ma operando ad es. sui regolamenti parlamentari, come ha fatto positivamente il Senato (purtroppo non la Camera) nelle scorse settimane per scoraggiare il cambio di casacche o far funzionare meglio le commissioni legislative o come si potrebbe fare per dar finalmente voce in Parlamento a regioni e enti locali.

Un’ultima considerazione. Per sottolineare l’esigenza di una conoscenza reale del significato e dei contenuti della Carta, specie a fronte dei populismi dilaganti e del degrado della partecipazione democratica, con progressivo distacco dei cittadini dalla vita pubblica. È indispensabile una nuova stagione di cittadinanza attiva e di capacità progettuale per riprendere il filo dei valori costituzionali da interpretare concretamente, evitando che paure e crescenti diseguaglianze scoraggino l’impegno di chi ha di mira il bene comune. Ciò che dovrebbe sollecitare in particolare i laici cristiani, per i quali un serio impegno per la politica è la forma più alta della carità, come ribadito di recente anche da papa Francesco.

*Professore emerito di Diritto pubblico alla LUISS «G. Carli» di Roma e presidente dell’Istituto «V. Bachelet» per lo studio dei problemi sociali e politici dell’Azione cattolica italiana

Forse un anno veramente nuovo potrebbe cominciare solo così

di Luigi Alici* - A volte basta davvero un nonnulla: un episodio minimo, insignificante, che si avvicina alla scala dell’infinitamente piccolo, più che a quella dell’infinitamente grande. Una banale influenza (quest’anno, non tanto banale…), che scombussola l’agenda, impone il blackout del telefono, ti toglie non solo la voglia di parlare, ma anche quella di ascoltare e di vedere. E ritrovi di colpo silenzi antichi, rintocchi lontani, sonorità elementari e impensate che la campagna ti restituisce nella loro innocenza verginale e dimenticata. Oppure una festa, una ricorrenza, una scadenza di calendario, che deve il suo valore alla potenza simbolica celata nella linea di frontiera che custodisce: uno spartiacque intenso e promettente tra passato e futuro, che merita di essere celebrato, festeggiato rumorosamente come una ritualità collettiva, alla quale nessuno deve sottrarsi. Poi ti capita di attraversare l’ultimo dell’anno accanto a una persona ammalata, e di colpo tutto, ma proprio tutto ti appare come una finzione volgare e insopportabile: lo spumante i botti il panorama notturno che si accende di fuochi fatui - sonorità grossolane ed effimere - prima di reimmergersi nella quiete gelida e silente di pochi minuti prima. Oppure basta una foto - una foto gualcita, nemmeno troppo curata - di una chiesa semidistrutta, dal terremoto o dal peso degli anni. Dentro quelle rovine non s’indovina più lo spazio integro e protetto di un tempo; vi domina l’abbandono desolato a un silenzio innaturale, che non è più il suo silenzio, e cogli di colpo la differenza fra il silenzio pieno e quello vuoto. Una chiesa che non è più una chiesa: troppo falsa per essere vera, troppo spenta per essere viva, troppo chiusa per essere aperta… Che cosa scopri in questi rari momenti di grazia? Scopri all’improvviso, come per una illuminazione immeritata e benedetta, il grande buco nero che cerchiamo disperatamente di occultare con l’attivismo folcloristico del nulla, di cui trasudano i nostri giorni affannati. Il SENSO: il senso del vivere e del morire, del gioire e del piangere, del bello e del buono, dell’amore e della misericordia; il senso dell’intero e delle parti, del filo d’erba e delle galassie, dei parlamenti e degli ospedali, del lavoro e del tempo libero; il senso di me stesso e degli altri, dei simpatici e degli insopportabili, dei sani e dei malati, dei poveri e dei ricchi… A malapena riusciamo a conoscere, a trattenere e a comunicare il significato di qualcosa, ma ci è sempre più difficile intravedere un riflesso, un barlume, un riverbero appena accennato, di ciò che dà SENSO a ogni significato! E allora ti viene voglia di parlare di meno e di ascoltare di più. Di fermarti, di contemplare, di adorare. Di metterti sulle tracce di quel filone d’oro che può farti veramente ricco, lasciandoti beatamente povero. La linea di frontiera che separa l’essenziale dal superfluo, il discreto dall’invadente, lo stupore dall’ovvio comincia ad annunciare il suo vero profilo, così familiare eppure così dimenticato. Il resto diventa insopportabilmente ridicolo, oscenamente assurdo. Forse un anno veramente nuovo potrebbe cominciare solo così.

*Luigi Alici è docente di Filosofia morale all’Università di Macerata. Il testo che pubblichiamo è tratto dal suo blog Dialogando

 

Il prossimo 4 marzo, alle urne per le elezioni politiche

di Paolo Rametta* - Il 28 dicembre scorso il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha sciolto le Camere, dando il via all’iter che porterà il 4 marzo prossimo alle elezioni politiche e mettendo fine alla legislatura, ovverosia il periodo tra la prima seduta delle Camere in seguito ad elezioni (avvenute il 24 e 25 febbraio 2013) e il loro scioglimento. Questa legislatura, la XVIIesima della nostra storia repubblicana, si conclude in modo “naturale”, seguendo la previsione della Costituzione che fissa a cinque anni la durata della legislatura, salvo scioglimento anticipato.

Dal momento del loro scioglimento le Camere continuano ad essere dotate di funzioni fondamentali: la continuità delle funzioni è garantita dall’articolo 61 della Costituzione, che prevede che «finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti». A ben vedere però sia la Camera dei Deputati che il Senato non potranno approvare leggi ordinarie; si limiteranno a convertire in legge eventuali decreti legge approvati dal Governo, a ratificare trattati internazionali che il nostro Paese si era impegnato a ratificare e ad esercitare i poteri di controllo (ad esempio le interrogazioni parlamentari ad un Ministro o il funzionamento degli organi di controllo, come la Vigilanza Rai).

Se le Camere vedono grandemente diminuita la loro ordinaria operatività anche il Governo, specularmente, vede mutare le proprie prerogative.

A differenza di altri casi, il governo attualmente in carica, retto dal Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, si avvia a concludere la legislatura in modo “ordinato” (come si dice in gergo giornalistico), senza le proprie dimissioni - né volontarie né imposte da voti di fiducia; ed in effetti queste verranno rassegnate solo all’elezione delle nuove Camere, con la contestuale richiesta del Presidente della Repubblica al Presidente del Consiglio di rimanere in carica per il disbrigo degli affari correnti, rinviando le dimissioni vere e proprie al momento dell’incarico del nuovo Presidente del Consiglio.

Quindi il Governo, pur con un necessario low profile richiesto dalla mancanza di “controaltare” parlamentare (essendo le Camere sciolte), potrà affrontare a pieno titolo i prossimi appuntamenti sulla scena internazionale. Prima tra tutti il turno di presidenza dell’Osce, l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che spetterà all’Italia per l’intero 2018. In secondo luogo l’importante riunione dell’Eurogruppo - il tavolo dei Ministri dell’Economia dell’Eurozona - che si terrà il 22 gennaio e che tratterà della crisi degli istituti di credito, tema particolarmente caldo nel nostro Paese.

Si prospetta una partenza di anno decisamente non limitata al semplice “disbrigo” degli affari correnti.

Nel frattempo si è entrati nel vivo della campagna elettorale, mentre i partiti stanno stringendo gli ultimi accordi di apparentamento e definendo le liste elettorali da presentare entro fine gennaio. La sfida di questa fase sarà probabilmente quella di mantenere un dibattito il più possibile costruttivo e basato su contenuti prospetticamente rivolti al progresso del Paese, come ha ammonito nel suo intervento per la conclusione dell’anno istituzionale il Presidente Mattarella: «Il tempo delle elezioni costituisce un momento di confronto serrato, di competizione. Mi auguro che vengano avanzate proposte comprensibili e realistiche, capaci di suscitare fiducia, sviluppando un dibattito intenso, anche acceso ma rispettoso. È, questa, inoltre, una strada per ridurre astensionismo elettorale e disaffezione per la vita pubblica».

*Componente del Centro studi dell'Azione cattolica italiana

Josef Mayr-Nusser: fedele al Vangelo e al proprio tempo

di Alberto Ratti* - Mentre festeggiamo i 70 anni della Costituzione italiana, non possiamo non ricordare le tante persone e i tanti giovani in particolare che, grazie alla loro testimonianza e al loro sacrificio, hanno permesso al nostro Paese di sconfiggere e lasciarsi alle spalle il nazi-fascismo e i suoi orrori. Fra questi, moltissimi giovani e dirigenti di Azione Cattolica hanno dato la propria vita per la libertà e il riscatto dell’Italia. Esemplare la vita di un giovane altoatesino ancora poco conosciuto che è stato beatificato lo scorso 18 marzo nella Cattedrale di Bolzano: Josef Mayr-Nusser. Rifiutandosi di prestare il giuramento delle SS naziste, perché contrario ai metodi e alle atrocità compiute da questi reparti e all’assolutismo dell’obbedienza dovuta a Hitler, Mayr-Nusser pagò con la vita la propria obiezione di coscienza. Nel corso della sua breve esistenza egli pose l’accento, in molti dei suoi articoli e discorsi, sul tema della testimonianza, su un cristianesimo vissuto coerentemente e capace di trasformare la vita. Pienamente partecipe delle dinamiche sociali e culturali del suo tempo, Josef non si cimentò in riflessioni teoriche staccate dalla realtà o indifferenti alle difficoltà. Anzi, riteneva che soltanto attraverso una fede incarnata e credibile si potessero stemperare i conflitti, appianare le differenze, vivere per costruire un mondo e una società migliori. La testimonianza di Mayr-Nusser può essere la dimostrazione che è possibile essere contemporaneamente persone fedeli al proprio tempo, alla storia che si è chiamati a vivere e al Vangelo. La Chiesa ha riconosciuto il suo martirio dettato dall’odio alla fede e ora la sua vita interroga ciascuno di noi. La sua decisione di non prestare giuramento scuote la nostre coscienze. Mayr-Nusser nacque nel 1910, alla periferia est di Bolzano (all’epoca territorio austriaco), quarto di sette figli. La giovinezza di Josef fu caratterizzata da una sana e popolare religiosità contadina, dalla partecipazione giornaliera all’Eucaristia e dalla recita insieme del rosario. Egli crebbe in un ambiente e contesto familiare dove erano importanti «prove e sacrifici, senso del dovere, fede profonda, attenzione ai poveri». Successivamente, ciò che più di ogni altra cosa formò Mayr-Nusser come uomo e come cristiano fu l’appartenenza ai giovani di Ac e il rapporto con il loro assistente. La fede vissuta in maniera intensa e personale trovò così nell’aspetto comunitario e relazionale la dimensione più consona per fiorire e rafforzarsi. Nel 1934 Josef Mayr-Nusser fu eletto presidente della sezione maschile dei giovani di Ac per la parte tedesca dell’arcidiocesi di Trento. Gli obiettivi fondamentali che egli si era proposto di perseguire erano tre: essere una comunità giovanile gioiosa, una scuola di vita per giovani cristiani, una fucina d’azione. Incominciò da allora un lavoro molto esigente di formazione e di analisi critica della realtà, per mantenere viva l’attenzione di tutti i soci sui principali temi di attualità, in un contesto sempre più difficile e complicato. Josef sembrava aver molto chiaro quali rischi e derive si stavano palesando per il continente e decise di prendere l’iniziativa per scuotere dal torpore le coscienze delle persone, soprattutto cattoliche, affinché prendessero posizione contro quelle ideologie contrarie al messaggio del Vangelo e alla Chiesa. Il 26 maggio 1942 sposò Hildegard Straub, una giovane che lavorava nella sua stessa azienda e con la quale condivideva gli ideali e l’impegno sociale all’interno dell’Azione Cattolica. Dalla loro unione nascerà nel 1943 il piccolo Albert. Scoppiata la Seconda guerra mondiale, fu costretto ad arruolarsi per essere destinato alle SS combattenti. Durante l’addestramento a Konitz (Prussia), il giorno del giuramento Josef rifiutò la sottomissione a Hitler e fu l’unico tra i suoi compagni a non piegarsi. Struggenti le parole scritte in alcune lettere inviate alla moglie prima del rifiuto: «[…] Prega per me, Hildegard, affinché nell’ora della prova io agisca senza paura o esitazioni secondo i dettami di Dio e della mia coscienza» (Lettera alla moglie del 27 settembre 1944). E ai suoi compagni di caserma che gli chiedevano di ripensarci diceva: «Se mai nessuno trova il coraggio di dire loro che non è d’accordo con le loro idee nazionalsocialiste, le cose non cambieranno mai». Mayr-Nusser morì il 24 febbraio 1945 su un vagone bestiame, stremato dal freddo e dalla fame, mentre veniva trasportato verso il campo di concentramento di Dachau, dove avrebbe dovuto essere fucilato. Si può dire che un lungo filo rosso sembra collegare idealmente Josef Mayr-Nusser a tante altre figure, non ancora “ufficialmente” sante, come Gino Pistoni, Teresio Olivelli e Carlo Bianchi, tutti uccisi nel periodo fascista e durante la Seconda guerra mondiale, e, in tempi più recenti, ad Aldo Moro, Vittorio Bachelet o ancora al giudice Rosario Livatino. Anche la vita di Mayr-Nusser, seppur breve, suscita ammirazione ed è segno di non arrendevolezza al potere e alla brutalità di certe ideologie e totalitarismi: egli ha testimoniato la differenza evangelica, la coerenza fra quello che professava e la vita concreta, non rifuggendo il proprio tempo, ma confrontandosi seriamente con le questioni e le problematiche sociali, avendo sempre presente il rispetto dei valori fondamentali della dignità della persona e della convivenza civile. A lui e a tutti coloro che hanno sacrificato la propria vita per ideali più grandi dobbiamo la nostra libertà e le grandi conquiste della democrazia e della legalità; inoltre, non possiamo che ringraziare per il loro servizio all’intera comunità nazionale.

*Componente del Centro studi dell’Azione cattolica italiana. Una versione più estesa dell’articolo è pubblicata sul numero 12/2017 di «Aggiornamenti Sociali»

Associazionismo e parrocchia: una relazione vitale

di Matteo Truffelli* - La domanda sul significato, le forme e le implicazioni del rapporto tra associazioni laicali e parrocchie non è certo inedita. La storia dell’Azione cattolica, che proprio in questi mesi ricorda i 150 anni della fondazione, ne è profondamente intessuta, con esperienze diverse che oscillano tra un legame di profonda identificazione e, talvolta, dinamiche di non semplice coesistenza. Se la questione non è nuova, però, differente è il contesto, sociale e culturale, ma anche ecclesiale, in cui ci è chiesto di tornare a ragionare. Collocandola nella cornice della “conversione missionaria” a cui tutta la Chiesa oggi è chiamata. Una conversione che non può che partire da quelle articolazioni che più di tutte possono avvicinare l’annuncio del Vangelo all’esistenza quotidiana delle persone: parrocchie e associazioni, appunto. Che o vivranno insieme questa conversione o, probabilmente, non la vivranno affatto.

Per entrare in profondità dentro al nodo dei rapporti tra associazionismo e parrocchia possiamo rifarci forse, per analogia, a un’immagine solo apparentemente distante dal nostro tema. Quando i Padri del Vaticano II vollero, attraverso il titolo, descrivere il contenuto della Costituzione Gaudium et spes decisero di parlare della Chiesa nel mondo contemporaneo. Non si trattava, ovviamente, di giocare con le parole. La Chiesa sceglieva di non porsi di fronte o tantomeno al di sopra delle vicende umane ma, nella logica dell’Incarnazione, di sentirsi parte di esse.

Ebbene, la forza evocativa di quella scelta lessicale può aiutarci a comprendere, per analogia, quale possa essere il rapporto tra associazioni – in modo la particolare l’Azione Cattolica – e parrocchie. Se è vero infatti, come dice la Gaudium et spes, che la Chiesa non può comprendere se stessa fuori dal mondo, è ancora più vero che l’Azione Cattolica non può descriversi se non in una relazione vitale con la parrocchia in cui vive e per la quale vive. Senza scegliere dove stare, senza decidere a che condizioni poterci stare. Semplicemente sentendosi parte della parrocchia in cui si trova per poter essere, dentro di essa, fermento vivo e tessuto connettivo, capace di costruire comunità e di alimentare la missionarietà.

È proprio questo che Papa Francesco ha ricordato in occasione dei due straordinari incontri con l’Azione Cattolica di tutto il mondo lo scorso aprile: «Il carisma dell’Azione Cattolica», ha detto, «è il carisma della stessa Chiesa incarnata profondamente nell’oggi e nel qui di ogni Chiesa diocesana che discerne in contemplazione e con sguardo attento la vita del suo popolo e cerca nuovi cammini di evangelizzazione e di missione a partire dalle diverse realtà parrocchiali». Parole che avevano il tono della conferma, piuttosto che quello del richiamo: la natura dell’Azione cattolica e la sua storia sono sufficientemente eloquenti. Essa vive e non può che vivere radicata nella comunità parrocchiale, per essere in essa e per essa quel gruppo di persone che insieme, in quanto associate, desiderano prendersi cura del cammino di tutto il popolo, lavorando con i pastori e condividendo con essi la ricerca delle strade sulle quali “camminare insieme” a servizio del mondo, perché «il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (Francesco, 17 ottobre 2015). Questa ricerca, oggi, significa anzitutto ricerca delle strade da percorrere per comprendere e attuare le indicazioni dell’Evangelii gaudium.

Potremmo, allora, dire che se da un lato l’Azione cattolica è continuamente chiamata a incarnarsi nella parrocchia per condividerne il respiro, dall’altro essa può essere lo strumento che aiuta la parrocchia a incarnarsi in un territorio, a essere lievito dentro di esso. «Allargate il vostro cuore per allargare il cuore delle vostre parrocchie», ci ha detto Francesco il 30 aprile 2017, rivolgendosi a una festosa e straripante Piazza San Pietro: «Siate viandanti della fede, per incontrare tutti, accogliere tutti, ascoltare tutti, abbracciare tutti». Proprio in quanto associazione laicale, l’Azione cattolica può rappresentare un efficace ponte tra l’annuncio del Vangelo e le dinamiche dell’esistenza quotidiana.

C’è bisogno di una associazione che faccia tutto ciò? Spesso questo dato viene guardato con sospetto da chi teme la creazione di inutili sovrastrutture o l’emergere di gruppi distinti, se non addirittura elitari. Un nodo che si scioglie solo uscendo da una logica ecclesiale ancora nutrita dall’illusione che ci siano spazi da occupare, ossia solo allontanandoci dalla tentazione del potere. Solo così è possibile vivere con serenità le dinamiche della corresponsabilità, radicate nella consapevolezza che l’impegno di annunciare il Vangelo è assegnato a ciascun battezzato.

Essere associazione non è un fatto puramente strumentale, organizzativo. È esperienza di corresponsabilità, esercizio concreto di condivisione dei talenti, delle domande, della vita di fede. È l’offerta di una trama di relazioni buone tra le persone e i gruppi, di uno spazio strutturato di dialogo e confronto, di una forma capace di educare alla passione per il bene comune. Non serve per separare, ma per unire.

Ecco: a rendere virtuoso il rapporto tra parrocchia e associazioni è proprio la scoperta di questa profonda unità di intenti. Un legame che va ben oltre le questioni formali. Quando parrocchia e associazione sperimentano questa comunanza si scoprono dentro una dinamica che non è certo di competizione, ma di condivisione della comune missione: scoprire come rispondere all’urgenza di accorciare le distanze con la vita delle persone. Si entra allora davvero nella logica che Evangelii gaudium descrive puntualmente quando afferma che è bene «occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi».

*Questo articolo del Presidente nazionale dell’Azione cattolica è tratto dal mensile Vita Pastorale (gennaio 2018)