Echi di pace e accoglienza dalla Giornata Diocesana della Pace

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GIORNATA DIOCESANA UNITARIA
FESTA DELLA PACE 2018

Tutto quanto aveva per vivere

 

Dall’introduzione della Presidente diocesana

La Giornata diocesana è posta alla fine del Mese della Pace Ac, che prende spunto dal Messaggio del Papa per la Giornata Mondiale della Pace; abbiamo scelto di svilupparne il tema con la sfumatura particolare dei poveri, partendo dall’icona evangelica dell’anno associativo della vedova che getta nel tesoro del tempio “Tutto quanto aveva per vivere” per capire cos’è superfluo e cosa necessario. Abbiamo chiesto al Vescovo Lauro e a Roberto Calzà di aiutarci a capire il valore e la dignità dei poveri, come risorsa e come soggetto al centro della missione della Chiesa.

Dall’intervento del Vescovo Lauro

Riprendendo l’icona evangelica dell’Azione cattolica, questo (l’immagine della vedova) è Dio, che dona tutto quanto aveva per vivere: la carità è portare Dio dentro l’esistenza, vivere fuori di noi dando “tutto quanto aveva per vivere”. Essere fuori di sé è l’unico modo per essere se stessi; “è fuori di sé” (vedi Mc 3, 21) è il nome di Dio, è il nome del credente, è il nome della pace. La pace infatti si costruisce andando fuori di sé; Dio esiste come il “fuori di sé”; andando fuori di te hai la vera padronanza di te, solo così si è liberi e non telecomandati.

L’opzione preferenziale per i poveri non è un piano pastorale, ma è il Dna della Chiesa, è il Vangelo; non possiamo prescindere da questo, è nella struttura esistenziale del credente, che non è perfetto: si approssima al bene, non è il bene in sé. Allo stesso modo, la Chiesa non è perfetta, ma “semper reformanda”: riceve luce ma non è la luce, è una “Chiesa luna” non il sole e dal sole prende la luce e la riflette; non ne abbiamo la stessa intensità. Non è la Chiesa dei puri e dei perfetti, che ha raggiunto il suo traguardo e non fa più niente, è la “Chiesa dei feriti che camminano”, come dice Papa Francesco è “ospedale da campo”.

La scelta dei poveri è un cammino, non un programma pastorale! Siamo chiamati ad avviare processi (“il tempo è superiore allo spazio”), con umiltà e anche senso dell’umorismo; il traguardo è camminare e ci resta sempre ancora un po’ di strada da fare. È una Chiesa sorridente, camminante.

Dall’intervento di Roberto Calzà (direttore Caritas diocesana)

I Documenti della Chiesa propongono la scelta preferenziale per i poveri. È una priorità della Chiesa è, nonostante i suoi limiti, uno dei suoi tratti distintivi.

È importante incontrare la storia delle persone (vedi Evangelii Gaudium n.199 “impegno e attenzione all’altro”): al centro non c’è l’attenzione verso il problema e la sua soluzione, in cui non mettiamo niente di nostro… c’è il rischio dell’eccesso di attivismo, perché non vediamo più i volti delle persone. Risolvere i problemi è un modo per aiutare, non la scelta prioritaria: “stare con”, il rapporto con l’altro è il nostro stile; metterci qualcosa di nostro.

Non è una novità: in passato era anche più facile, perché la povertà era diffusa, non era una disgrazia ma una condizione possibile. Di fronte alla difficoltà c’era più attenzione, non perché eravamo più buoni, ma perché poteva capitare a tutti (esempio: la condizione dei migranti in molte famiglie). Oggi invece la società dice che non si può e non è permesso essere poveri: chi è povero economico è fuori dalla società, perché i poveri sono problemi, non sono più dei “nostri”. Vedi anche la pubblicità in TV, che passa messaggi di normalità per beni costosi e irraggiungibili; vedi il crollo di persone abituate ad uno stile di vita alto, con modelli di riferimento non giusti…

I poveri economici, le persone in difficoltà, fragili, che fanno fatica a trovare il senso della vita, che sono sole o che hanno qualche deficit… non tutti vengono seguiti e se non hanno amici e parenti con cui confrontarsi e da cui ricevere aiuto nel momento della crisi hanno poi maggiori difficoltà.

Il povero non è più dei “nostri” anche per l’ansia delle istituzioni, che arrivano a regolamentare l’elemosina. L’elemosina non va eliminata; i barboni non vanno eliminati per il decoro urbano… eliminare tutto per fare pulizia è triste. Io posso essere interpellato da queste persone e posso decidere personalmente some regolarmi, ognuno può mettersi in gioco come sa e come può. I barboni fanno parte della nostra società e non li possiamo nascondere come la polvere sotto il tappeto! I poveri ci fanno paura perché “potrei esserci io al suo posto e non mi voglio specchiare in lui”.

Ci sono storie anche molto belle nella Chiesa di attenzione ai poveri: in passato l’assistenza ospedaliera affidata agli ordini religiosi, la cura educativa e scolastica, tanti progetti. Oggi, per usare le parole di Paolo VI, dobbiamo “essere consoni ai tempi”: il fenomeno migratorio è diverso e dobbiamo incontrare i migranti in maniera diversa.

Che scelte fare oggi, qui, ora? Cosa posso fare io? Le istituzioni devono fare la loro parte, la Chiesa anche… e io? Ognuno di noi può fare qualcosa, il suo pezzetto, come la vedova del tempio.

A livello pratico, economico, sociale e culturale, la prima cosa da fare è informarci e informare bene parenti, amici e conoscenti; è una sfida… Ma abbiamo belle esperienze (come l’apertura delle canoniche ai migranti, che arricchiscono le comunità) che dimostrano che la sfida si può vincere. Non fermiamoci all’aspetto burocratico del diritto/non diritto: ognuno faccia il suo pezzetto…

In passato c’era un aiuto concreto ed efficace tra famiglie, nei paesi, dove al sabato o alla domenica mandavano i figli a portare qualcosa di necessario a chi ne aveva bisogno. Questo ci fa capire l’importanza di incontrare e di vedere l’altro, di guardarlo in faccia; no all’automatismo dei sussidi, che passa solo attraverso le carte senza conoscere la storia delle persone! La storia ci interessa, l’incontro con la storia della persona e scambiare reciprocamente il pezzetto di vita è il punto di partenza.

Dal dibattito emerge la necessità di

– superare le paure istintive per essere accanto

– imparare a usare i soldi e a gestire gli aspetti economici personali e collettivi

– informarsi, conoscere, interessarsi a cosa c’è intorno a noi

– riconoscere la ricchezza ricevuta e scambiata dall’incontro delle diversità (come testimonia la comunità che ospita i migranti nella parrocchia)

– lasciarsi inquietare in modo sano dai volti dei poveri e coltivare la speranza, favorendo quelle esperienze che, pur faticose, fanno fare n passo oltre (es: attività di volontariato dei richiedenti asilo)

Alcune considerazioni del Vescovo Lauro

Pensando a come eravamo in passato possiamo ricavare delle indicazioni per agire oggi: nel mio paese il povero non era un estraneo, apparteneva alla vita della comunità (così come la morte era parte della vita, mentre ora viene nascosta). È decisivo creare una “mens”, un bagaglio, uno stile di carità che diventi patrimonio della comunità cristiana. Almeno adesso che siamo in pochi, che possano vedere la differenza cristiana…

Dove i richiedenti asilo sono arrivati, sono stati una benedizione per le nostre comunità. Sul rapporto tra la Chiesa e le istituzioni, in Trentino c’è collaborazione intensa e condivisione di risorse e di progetti. Però noi abbiamo una creatività della carità, sappiamo fare quello che nessuno fa, soprattutto verso le povertà non eclatanti, quelle che sfuggono alle istituzioni. Serve una Chiesa creativa, disponibile verso i poveri più nascosti, per fare la carità che le istituzioni non possono fare con i loro protocolli; non siamo la replicazione delle istituzioni…

Alcuni commenti di Roberto Calzà

Non possiamo appaltare le relazioni, né protocollarle…

Oggi la gestione dei soldi è una delle povertà sul territorio, perché si fa fatica a gestire le proprie risorse è c’è incapacità di dare priorità alle spese necessarie nelle difficoltà.

Fondamentale l’informazione: è centrale capire di cosa stiamo parlando, è un dovere che dobbiamo alle persone. Oggi, se uno vuole, le informazioni si trovano, bisogna fare lo sforzo di selezionarle e di approfondirle per non avere una visione distorta della realtà.

Nella collaborazione con le istituzioni, è importante stare insieme ma anche valorizzare le nostre caratteristiche e capacità. Nei tanti servizi offerti dalla Caritas, dare valore all’attenzione e alle disponibilità, puntando sull’aiuto territoriale, a livello locale.

Oggi più che dare un tetto o un letto, si punta al dare una casa, perché non basta togliere dalla strada e dare un riparo, serve offrire un percorso di integrazione e un luogo dove ricreare il tessuto sociale.

Non bisogna cadere nel difetto di limitarsi a identificare il problema e le carenze: conoscere la storia delle persone è conoscerne le capacità e le risorse da valorizzare, quello che ognuno può fare per aiutare se stesso e gli altri. Ognuno va aiutato a inserirsi in questo percorso, per diventare risorsa per se stessi, per noi e per la comunità: capire la storia e le esperienza di vita, di famiglia e di comunità attraverso l’ascolto viene prima dell’assistenza.

È importante non essere ingenui con chi ci suona alla porta: no all’accoglienza merceologica, sì al dialogo, dando messaggi educativi se c’è ascolto e comprensione della storia delle persone.

Non preoccuparsi di essere invadenti verso le persone in difficoltà o di urtare la loro sensibilità… le relazioni di buon vicinato servono ad accorciare le distanze. Dobbiamo farci gli affari degli altri! Con rispetto e reciproco sostegno, perché curare i rapporti tra le persone rende possibile dare una mano con spontaneità. Coltiviamo quelle relazioni sane che ci salvano!

Una sintesi dalla testimonianza del gruppo “Amici del Sermig di Mori

Il Sermig nasce più di 50 anni fa dal sogno di una coppia, Ernesto e Maria, che a Torino fondarono il Sermig (Servizio Missione Giovani) per aiutare chi già aiutava (i missionari che operavano nel mondo). Nel 1983 Ernesto Oliviero realizza il sogno di trasformare l’arsenale militare di Torino in “Arsenale di Pace”, grazie all’aiuto di tanti giovani volontari. È un luogo aperto a tutti, con un campanello su cui è scritto “pace” a cui suonano tutte le povertà del mondo. Si risponde secondo le necessità di ognuno, costruendo un mondo multietnico di pace e accoglienza. Si opera esclusivamente grazie alla Provvidenza di chi dona e tutto viene usato per le necessità di chi viene ospitato e aiutato. Nel tempo è nato anche l’”Arsenale della Speranza” a S. Paolo in Brasile e l’”Arsenale dell’Incontro” in Giordania.

Il Sermig opera attraverso l’educazione della mentalità e l’accompagnamento spirituale dei volontari e la resa pratica è attraverso azioni e incontri che cercano di concretizzare la “Chiesa scalza” sognata da Oliviero, in cui si combatte il buio con la luce.
Guarda su Youtube il video delle Iene sul Sermig…

Quali sono le povertà?

(dalle risposte in assemblea): povertà di valori, solitudine, indifferenza, assenza di Dio, miseria, egoismo, essere ricchi, ignoranza, mancanza di perdono, assenza di speranza, mancanza di memoria, esclusione, guerra, ludopatia, malattia, bullismo, violenza, assenza di ascolto, mancanza di cibo/acqua/lavoro/casa, mancanza di ospitalità, povertà di fede.

Sono povertà in quanto difficoltà generali o specifiche, importanti, da affrontare… il gruppo Sermig di Mori propone di approfondire i giovani come povertà… perché Ernesto oliviero, tra gli aiuti umanitari in risposta allo squillo del campanello, dice che come priorità “… io vorrei mantenere il dialogo con i giovani, tenere aperta la speranza”.

I giovani sono davvero una povertà oggi? Perché?

(dalle risposte in assemblea):

– hanno fretta

– sono una ricchezza, la colpa è degli adulti che non li ascoltano e hanno tolto loro i sogni

– sono condizionati dalla realtà e dalla tecnologia

– sono confusi e hanno perso i valori di riferimento

– sono una risorsa e la speranza del futuro, la ricchezza del nostro domani

– hanno desiderio di comunicare

– ci vogliono vedere impegnati e consapevoli, veri testimoni

Da un’intervista ad Ernesto Oliviero: i giovani vanno messi al primo posto; bisogna crederci e il mondo degli adulti deve dare loro uno spazio adeguato ai loro sogni. Gli adulti sono chiamati ad essere testimoni credibili, solo allora i giovani possono crescere, diventare protagonisti e addirittura insegnare agli adulti. Hanno una carica interiore e possono dire un Sì per sempre che può cambiare il mondo, se si mettono in gioco.

Che responsabilità abbiamo noi verso questa povertà? Come trasformarla in ricchezza?

(dalle risposte in assemblea):

– dialogo, capovolgendo le cose: adulti alla pari, adulti che ascoltano

– confronto, testimonianza

– esperienza positiva egli oratori parrocchiali

– superare il disinteresse degli adulti

– dare fiducia e lasciar fare; investire di responsabilità, valorizzare risorse e capacità

– rendere i giovani protagonisti della loro vita secondo le loro capacità, aiutandoli a vivere anche le piccole responsabilità da ragazzi

– gli adulti diano esempio, comunicando la passione nelle cose a cui tengono; saper raccontare la bellezza delle scelte e delle esperienze che fanno crescere

– lasciar sbagliare i giovani (senza pretendere che seguano strade predefinite che ricalchino i nostri percorsi)

– lavorare insieme togliendo qualche barriera; al di là delle età, trovare la capacità di stare e lavorare insieme ascoltandosi reciprocamente

– nessuno pretenda di avere ragione e di sapere già tutto: mettersi sullo stesso piano perché insieme, adulti e giovani, siamo il presente e il futuro

– fare i genitori oggi è più difficile che in passato: difficoltà di dialogo, di dedicare tempo e spazio ai figli. Bisogna testimoniare con il modo di vivere, perché parlare non è facile.

Da un’intervista ad Ernesto Oliviero: i giovani potrebbero cambiare il mondo se sono fedeli e coerenti ai Sì nelle scelte e ai No alle dipendenze, facendo entrare nella propria vita un Sì tosto per poi viverlo.

Il commento dei giovani del Sermig di Mori:

Il mondo sarebbe bello poterlo cambiare insieme, piano piano; se ci crediamo noi e diciamo un Sì convinto possiamo crescere e dare testimonianza.

Il rischio è quello di vedere solo il buio… diamo evidenza alla luce, alle esperienze belle di Sì, di accoglienza, dove gli adulti sono testimoni e non predicatori, dove brilla la speranza anche se non fa notizia. Come negli oratori, in questa assemblea di Azione cattolica, nei vostri gruppi, nell’esperienza del Sermig. Come ad esempio nell’annuale appuntamento mondiale dei Giovani per la Pace, che non fa notizia perché non si contesta e non si fanno proclami, ma si vive e si testimonia il Bene, la Pace e le esperienza di vita bella.