dall’intervista pubblicata dal nostro addetto stampa
su Camminiamo Insieme novembre 2025
L’arte di comunicare
Laureato in sociologia a Urbino, giornalista della carta stampata da 40 anni, abile moderatore di eventi nonché ospite di trasmissioni radio e tv, Alberto Faustini ha lavorato al Gazzettino, al Mattino di Bolzano e all’Adige prima di dirigere l’ufficio stampa della Provincia autonoma di Trento. Ha diretto cinque quotidiani e oggi è tornato a Roma come consigliere per l’informazione e portavoce del vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura.
Lei ha curato la comunicazione sia pubblica che privata. Quali le differenze?
Se l’approccio è quello del giornalista, non ci sono grandi differenze: bisogna infatti cercare di lavorare per la notizia e per la comunità a cui si dà questa notizia. La libertà di movimento e la fiducia dell’editore (pubblico o privato che sia) fanno il resto. Da capo ufficio stampa della Provincia ragionavo in un certo senso come da direttore di giornale, valutando le notizie da mettere in prima pagina. E le decisioni importanti di una Provincia autonoma vanno quasi sempre in prima pagina anche sui giornali.
Si dice che non ci siano più i giornalisti di una volta. Ora lo scoop è d’obbligo.
La velocità e la fretta producono errori e anche notizie false, soprattutto per il web. Molti considerano l’informazione un bene gratuito; l’informazione seria invece va pagata, perché è fatta da professionisti. E il buon giornalismo è fatto ancora da chi consuma le suole delle scarpe per andare dove le cose succedono. Oggi lo scoop è fatto di correttezza e di buona scrittura. Difficile avere notizie esclusive, ma le notizie si possono dare in tanti modi.
Nella sua vita ha vissuto la transizione dal cartaceo al digitale, dalla tv ai social. Ma è veramente un progresso?
Ottima domanda. Tutte le testate sono diventate una rotativa che in un certo senso continua a girare: da una parte c’è il giornale (o il telegiornale) tradizionale; dall’altra ci sono i continui aggiornamenti dei siti. La differenza la fa chi non resta in superficie. Siamo comunque davanti a Darwin, all’evoluzione della specie: cambia il mondo, cambia l’informazione, cambia chi legge, guarda, ascolta. Accanto a chi si fa un’idea precisa c’è chi naviga (parola che non uso a caso) in superficie, seguendo solo ciò che più colpisce: un solo partito, una sola politica, una sola squadra, un paio di cantanti… Serve l’opposto: leggere più opinioni, anche molto diverse, per farsi un’opinione.
Si parla spesso di etica…
L’etica è “parlare al vicino di casa” guardandolo negli occhi. È facile sparare una notizia sul web, verso un pubblico indefinito. Molto più complicato parlare a chi incontri sul pianerottolo, a chi sa ma vuol sapere di più.
La legge sulla privacy risulta essere troppo restrittiva?
Servono nuove tutele: penso ai minori, alla riservatezza, alla dignità, alla salute, alle abitudini sessuali… Al centro dobbiamo sempre mettere la persona. Rispettandola. Soprattutto ora, con notizie che volano troppo in fretta ovunque.
Serve ancora il racconto di un evento o basta una foto, un video fatto col cellulare?
Una bella foto e un bel video hanno sempre un grande impatto. Ma quasi sempre necessitano di una didascalia, di una spiegazione, appunto di un racconto. I fatti non vanno solo visti, ma capiti.
Come si “parla” a generazioni così diverse?
Bisogna saper parlare ad un pubblico abituato a leggere e ad approfondire, ma bisogna sapere raggiungere anche i giovani, soprattutto attraverso i siti web. E qui bisogna dare agli utenti “garanzie” precise: serietà, professionalità, capacità di lettura… Cercare un facile like è cosa diversa da informare seriamente. E le notizie non possono sempre piacere. Un buon giornalista deve avvicinarsi il più possibile all’oggettività, anche quando è sgradevole.
Non trova che ci sia troppa ignoranza nella conoscenza delle istituzioni? Quale il ruolo dei media?
Spetta ad altri il compito di dare un’idea di futuro: a giornali, tv, radio e siti spetta il compito di darne notizia. La politica dovrebbe fare un grande sforzo per riavvicinarci alle istituzioni, per farci comprendere determinate scelte; invece tende a preferire lo slogan facile, l’offesa, la battuta. Il politico che parla male di un altro politico trasforma tutto in partita di calcio, dividendo le tifoserie e non offrendo un servizio al cittadino.
E la comunicazione ecclesiale?
Tema difficile: le chiese si svuotano se non sanno comunicare. C’è bisogno di una luce che indichi il cammino e di persone capaci di creare e offrire quella luce. I parroci devono avere la capacità di sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dei cittadini, coinvolgendo ogni generazione.
Cosa non ha fatto e vorrebbe fare nel mondo della comunicazione?
Spero di sapermi evolvere ogni giorno, ad esempio immaginando podcast e forme di comunicazione in grado di raggiungere anche i più giovani, quelli che pensano che tutto si possa avere in tasca, in uno smartphone. Ho avuto la fortuna di lavorare praticamente in ogni settore; ora studio i luoghi virtuali, dove il pubblico è e sarà invece sempre di più reale. C’è bisogno di vicende vere; bisogna però saperle raccontare con nuovi mezzi e con nuove idee. Il pubblico cambia velocemente, ma ha ancora voglia di ascoltarle, le storie.
Alessandro Cagol